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mercoledì 21 aprile 2010

La grande fame del 2050.

Apr 10


21La grande fame del 2050.

Pubblicato da Debora Billi alle 09:57 in Agricoltura
Un articolo che riepiloga chiaro e tondo come stanno le cose, ovvero che il problema non è la crisi economica o quella energetica, ma la prossima carenza di cibo. L'ho trovato sull'australiano Science Alert, non certo un sito di catastrofisti estremi.



Qui ne abbiamo parlato parecchie volte, ma non guasta leggere un riassunto così ben esposto:

- La domanda di cibo raddoppierà nei prossimi quarant'anni.

- E' un problema che non si potrà risolvere come negli anni '60, ovvero con la tecnologia: dobbiamo affrontare nodi più strutturali.

- Carenza di acqua. Solo gli abitanti delle città, nel 2050, useranno un quantitativo d'acqua pari a quello che oggi usiamo per tutta l'agricoltura mondiale.

- Perdita di territorio. Pare che il pianeta stia perdendo terreni agricoli al ritmo dell'1% di estensione annua, a causa del degrado, della desertificazione, dell'inquinamento, dell'espansione delle città. Ne abbiamo già persa il 24% rispetto a vent'anni fa.

- Le città avranno 20, 30 o 40 milioni di abitanti e nessuna capacità di produzione di cibo. Saranno pesantemente a rischio per ogni problema nella distribuzione.

-Abbiamo passato il picco di produzione per molti fertilizzanti indispensabili all'agricoltura intensiva, come il fosforo. Inoltre, continuando ad immetterli nel terreno, stiamo finendo con l'inquinare fiumi, mari e l'intera biosfera.

-Lo spreco è immenso. Si è calcolato che tra il 30 e il 50% di tutta la produzione agricola finisce gettata via, ovvero 2600 su 4600 calorie prodotte.

- Il picco del petrolio colpirà ovviamente anche la meccanizzazione dell'agricoltura, e ovviamente i biocarburanti, in questo contesto, non rappresentano proprio un'opzione.

- Enormi problemi anche per la pesca: si pensa che per il 2040 non ci sarà praticamente più nulla da pescare.

- Le proteine mancanti dal pesce non potranno essere sostituite dalla carne, perché per l'allevamento servirebbero un miliardo di tonnellate in più di grano e mille chilometri cubici di acqua dolce. L'equivalente di altri tre Nordamerica.

- La spesa mondiale per la ricerca in agricoltura è pari a 40 miliardi di dollari. Quella per le armi a 1500 miliardi.

Quest'ultimo punto denota cecità? Mica tanto. Si presume anche che le crisi alimentari che ci aspettano saranno causa di rivolte e guerre civili. Si fa molto prima a usare le armi, allora, che ad impelagarsi in una ricerca scientifica seria, nel cambiamento della dieta mondiale, nella riduzione dello spreco, nel riciclo dei rifiuti eccetera. E le armi rappresentano da sempre anche il più collaudato sistema per ridurre la popolazione.

Due piccioni con una fava, insomma, d'altronde dovremo abituarci a far molto con poco...




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mercoledì 23 settembre 2009

Corea carestia annunciata

» 23/09/2009 08:32
COREA
Pyongyang, crolla del 40% il raccolto di granoturco
Fra le cause: la siccità e la mancanza di fertilizzanti. È il peggior raccolto in 12 anni. Un terzo della popolazione rischia la fame. Lee Myung-bak: aiuti e sicurezza in cambio dell’abbandono del programma nucleare. 


Seoul (AsiaNews/Agenzie) -  Il raccolto di granoturco subirà un calo del 40% quest’anno, rendendo ancora più dura la mancanza di cibo in Nordcorea. L’International Corn Fundation, con base a Seoul, ha dichiarato che quest’anno si attende una produzione minore di 1,5 milioni di tonnellate. La media dei raccolti annuali è di 2,5 milioni di tonnellate. Il biologo Kim Soon-Kwon, presidente della fondazione, ha dichiarato alla Yonhap che “il raccolto di quest’anno è il peggiore di tutti i raccolti che io ho visto in Nordcorea negli ultimi 12 anni”. Secondo Kim, la causa di questa enorme riduzione della produzione è dovuta al mancato uso di fertilizzanti e a una profonda siccità durante l’estate. La carenza di fertilizzante è stata provocata dall’interruzione dei rapporti fra Seoul e Pyongyang. In tal modo, la Corea del Sud non ha provveduto quest’anno alle 300 tonnellate di fertilizzante necessario.
Da anni la Corea del Nord non riesce a produrre cibo necessario a sfamare la sua popolazione. Le cause sono in parte dovuti a disastri naturali, in parte all’incuria e alle disastrose politiche agricole del regime. Secondo la International Corn Foundation, almeno il 70% della popolazione del Nord usa il granoturco come alimento base insieme al riso. La riduzione del raccolto di quest’anno mette a rischio l’approvvigionamento di cibo per almeno 6 milioni di persone, un terzo della popolazione del Nord.
Nonostante lo spettro della fame, il regime ha preferito continuare a perfezionare il suo programma nucleare, rompendo i dialoghi con Seoul, Usa, Russia, Cina e Giappone. Secondo il presidente sudcoreano Lee Myung-bak l’offerta di aiuti e sicurezza al Nord deve essere fatta in cambio dell’abbandono del programma nucleare.

Fonte

venerdì 4 settembre 2009

Dove sono finiti i pesci?

Transparency: Where Are All the Fish?


Nota: Per gli utenti Explorer ci vuole un po' prima che si apra il link

People eat a lot of fish. In fact, per capita fish consumption has nearly doubled in the last 50 years. The problem is that there may not be any more fish if we keep catching and consuming them at this rate. The Food and Agriculture Organization of the United Nations measures how many of each species of each fish were caught each year. Using these numbers, we can see how some fish catches have peaked, meaning that there are simply not enough fish left to catch. Other fish’s catch numbers are still rising, meaning that demand for that fish is increasing: if we keep fishing the way we are, those populations will also start to drop and potentially die out. Our latest Transparency is a look at catch numbers of some of the most popular fish in the world.
A collaboration between GOOD and Timko & Klick
CORRECTION: The tuna on the graphic was incorrectly labeled as albacore rather than yellowfin. We’ve updated the graphic. You can see the old version here.

giovedì 3 settembre 2009

Messico previsioni di carestia

Nel Messico ridotto alla carestia esploderà nel 2010 una nuova Rivoluzione?

hidalgo
Nel 1810 in Messico si dichiarò l’indipendenza dalla Spagna (nella foto il celeberrimo murales di José Clemente Orozco). Nel 1910 scoppiò la Rivoluzione zapatista. Alla vigilia del 2010, secondo la Conferenza Nazionale Contadina (CNC), il paese è al bordo della fame di massa.
Per i fagioli, i frijoles, si teme un meno 80% nel prossimo raccolto, una tragedia che potrebbe tradursi in migliaia di morti di fame nel prossimo anno. Solo un po’ meno peggio va per l’altro architrave dell’alimentazione di cento milioni di messicani, il mais, meno 50%.
E proprio la fame potrebbe essere il punto più triste d’inflessione di un modello fallito di paese che a 200 anni dalla nascita ha bisogno di un nuovo inizio.

Il PIL intanto quest’anno cadrà del 9%. L’industria sta perdendo solo quest’anno un milione di posti di lavoro. La guerra civile dei narcos, ormai la prima industria nel paese come in Colombia negli anni ‘80, supererà la soglia dei 10.000 morti ammazzati nel 2009. La metà di questi è a Ciudad Juárez. La città, 1.5 milioni di abitanti, alla frontiera con il Texas vive in un contesto di violenza, non endemica ma causata dalla crisi, peggiore di quella di Baghdad. Un governo senza altra ricetta che quella neoliberale risponde tagliando salute ed educazione per far cassa oppure mandando l’esercito a reprimere e farsi complice del precipizio.
La Confindustria messicana dal canto suo, in sinergia con il ministro dell’Economia Agustín Carstens, uno degli ultimi “Chicago boy” con tanto di dottorato sulla piazza continentale, vuole lacrime e sangue sotto forma di IVA su medicine e alimenti. Nel loro delirio sostengono ancora che così si potrebbero ridurre le tasse ai ricchi e far da volano all’economia. Qualcuno sperava in Barack Obama, ma il presidente democratico elude ogni richiesta d’aiuto di Felipe Calderón a cominciare dall’alleviare le misere condizioni di vita di milioni di migranti che quest’anno, secondo il BID, invieranno vari miliardi in meno in rimesse.
Le politiche neoliberali dei governi del PAN, le conseguenze sempre più intollerabili del Trattato di Libero Commercio del Nordamerica (NAFTA) del 1994 e la siccità causata dal cambio climatico si abbattono così sul Messico come le bibliche piaghe d’Egitto. La siccità, la peggiore degli ultimi 70 anni, mette in grave crisi 3.5 milioni di contadini e 7 milioni di ettari di terre coltivate in 23 dei 32 stati del paese. Inoltre l’80% dei capi d’allevamento sta soffrendo la sete e una percentuale identica del territorio agricolo messicano è a rischio erosione. Senza fagioli né mais, le due principali sostanze della dieta del paese nordamericano, cosa mangeranno milioni di persone, soprattutto quelli di campagne sempre più desolate?
E’ strano che sulla bancarotta fraudolenta di una delle economie del G20, forse la più compiutamente neoliberale tra tutte, non vi sia alcuna analisi nei giornali italiani e ben poco in quelli occidentali che dovrebbero ammettere che il Messico, come già l’Argentina un decennio fa, sono lo specchio più fedele del fallimento pieno del modello post-coloniale imposto nel dopoguerra dal Fondo Monetario Internazionale.
Nell’immediato l’unica soluzione a disposizione del governo messicano per evitare la fame di massa è continuare a svenare il paese nell’importazione di alimenti. Questi proverranno ancora una volta dall’agricoltura iper-assistita degli Stati Uniti, infinitamente meno liberale di quella messicana e perciò più solida. E’ un paradosso che non consola perché invece sarebbe urgentissimo ripensare completamente la politica agraria dello Stato messicano e rinegoziare il Trattato di Libero Commercio del Nord America. Questo dal 1994 ad oggi ha obbligato all’esodo dalle campagne oltre dieci milioni di contadini senza che l’industria uscisse da una crisi ultraventennale e nonostante l’azzeramento di diritti sindacali imposto nell’arcipelago gulag delle maquiladoras dove 1.2 milioni di lavoratrici e lavoratori consumano la vita per pochi spiccioli e nulla apportano all’economia del paese. Dalle maquiladoras infatti partono il 47% delle esportazioni lasciando in Messico un controvalore pari ad appena il 3% del PIL. E’ un modello da buttare che Calderón non vuole, non sa e non può cambiare.
In questo contesto, col sistema educativo allo sfascio e (come la sanità) sottoposto a continui tagli dal governo, e non più in grado di creare opportunità e perequazione sociale, ai giovani e meno giovani messicani resta l’emigrazione (per dove se neanche il Canada li accoglie più?) oppure affiliarsi al narcotraffico e candidarsi a diventare un numero nella statistica dei morti ammazzati o dei sicari.
Oppure, lo desiderano gli ottimisti, lo temono gli oligarchi di sempre, l’implosione messicana sarà risolta dall’esplosione di un nuovo conflitto sociale, una ribellione aperta contro lo Stato liquido neoliberale che ha sostituito quello clientelar-assistenziale instaurato dal PRI e che è manifestamente fallito. Fatto sta che ogni cent’anni il Messico esplode. Nel 1810 fu dichiarata l’indipendenza dalla Spagna e cent’anni dopo, nel 1910, scoppiò la grande Rivoluzione zapatista, l’evento fondante del Messico moderno. In entrambi i casi ci volle più di un decennio di guerre, carestie e turbolenze per uscirne.
Giunti al tratto finale del 2009 quello che è certo è che il paese è nuovamente allo stremo. Il regime neoliberale farà la fine della corona spagnola al tempo dei lumi e del porfiriato un secolo dopo? E’ difficile dirlo. Sarà la divisa sinistra politica a condurre la rivolta? I sindacati? Oppure i movimenti sociali? O forse ancora un nuovo zapatismo che faccia ritrovare rappresentatività agli ultimi degli ultimi? Oppure i tempi dell’implosione del Messico saranno dettati da una caotica esplosione di violenza che prenderà magari la forma di saccheggi nei supermercati, una jaquerie premoderna che promuoverà un caos dagli esiti imprevedibili, forse perfino un ritorno dell’eterno PRI? Forse nulla di tutto questo succederà. Forse succederà qualcosa di completamente nuovo. Ma di sicuro nel Messico alla fame qualcosa dovrà accadere.

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