Visualizzazione post con etichetta risorse. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta risorse. Mostra tutti i post

venerdì 10 febbraio 2012

Fotovoltaico: quanto dura un pannello solare?


 pannelli fotovoltaici sono ancora troppo giovani per avere dati di lungo periodo; alcuni impianti degli anni '80 mostrano oggi perdite del 10-12%; è quindi possibile che dopo un secolo si produca ancora metà dell'energia iniziale.
Durata pannello fotovoltaico.jpgQuanto dura un pannello fotovoltaico? La domanda è fondamentale per il futuro delle nostre società: tanto più a lungo dura un pannello e tanto più è sostenibile il nostro investimento energetico.
I pannelli fotovoltaici sono giovani e non ci sono molti dati di lungo periodo. Qualcuno dei pionieri installatori degli anni '80 ha però pensato bene di misurare il rendimento dei pannellidopo 20-25 anni e i risultati sono condensati nel grafico qui sopra.
A fronte di una garanzia dei produttori del 90% dopo 10 anni e dell'80% dopo 25 anni (-1,85%/anno), i gallesi del Centre for Alternative Technology hanno trovato un 91,3% dopo 10 anni e gli svizzeri del LEE-TISO un 88,9% dopo 20 anni. Entrambi questi dati sono assocaibili a una perdita dell'1,3%/anno.
Meglio hanno fatto i giapponesi della Kyocera, con il 96% dopo 10 anni e il 90,4% dopo 25 (-0,8%/anno).
Sono dati estremamente positivi: con un'estrapolazione nel futuro vediamo che dopo 40 anni un pannello è ancora giovane (tra il 75% e l'85% dell'energia iniziale) e dopo un secolo è appena entrato nella maturità (tra il 50% e il 65% rispetto all'inizio). Ricordiamo inoltre che più si allunga la vita del pannello e più aumenta l'EROEI.
Se pensiamo che tra un secolo ci resterà solo l'insostenibile e inquinante carbone, è benepensare al fotovoltaico molto più in grande di quanto facciamo ora.


mercoledì 30 settembre 2009

La Cina fa shopping

CompLo tutto - Le pillole rosse del 3/7/2009

  1. “China’s oil ambitions take it to new frontiers”, Financial Times. I cinesi non lasciano, anzi raddoppiano. La marcia dell’economia cinese parrebbe - ma il condizionale è d’obbligo, visti i tempi che corrono e la mancanza di trasparenza del fu celeste impero - inarrestabile. Quest’anno, secondo le stime del Fmi (citate nel suo blog dal giornalista di “Repubblica”, Federico Rampini): il Pil dovrebbe crescere comunque di un buon 7,5%. L’anno prossimo addirittura dell’8,5%. E questo mentre tutti i Paesi del ricco occidente sono alle prese con una economia in caduta libera. Risultato: Pechino è attivissima anche sul fronte del petrolio. A giugno, la compagnia petrolifera cinese Sinopec aveva comperato la Addax petroleum, attiva in Africa occidentale e nel Kurdistan iraqeno. Di ieri, invece, la notizia che la China national petroleum starebbe, secondo il Financial Times, trattando per comprare la compagnia petrolifera argentina Ypf, attualmente di proprietà della spagnola Repsol.
  2. “Pechino prepara lo shopping italiano“, La Repubblica. Non solo politica. Il presidente cinese Hu Jintao arriverà a giorni in Italia per partecipare alla riunione del G8, all’Aquila. Ma con lui arriverà anche il ministro del Commercio, Chen Deming e una pattuglia di 300 imprenditori. Obiettivo: cercare investimenti interessanti, ovvero qualcosa che valga la pena di comprare. E se il passato recente insegna, i cinesi non baderanno a spese. Nei mesi scorsi - dopo analoghe missioni in Germania, Inghilterra, Spagna e Svizzera - i cinesi hanno deciso di investire 15 miliardi di dollari. Oltre all’Italia, la delegazione cinese visiterà anche Svezia, Finlandia e Portogallo. Commento di “Repubblica”: dovrebbe essere proprio l’Italia, però, il Paese dove i cinesi faranno i maggiori affari. Commento nostro:deficit al 9,3% del Pil nel primo trimestre dell’anno in effetti - visto l’andamento dei conti pubblici (); e la salute delle aziende (secondo l’Assocciazione piccoli impenditori, una su dieci potrebbe chiudere, nel milanese, a settembre) - Pechino qui potrà approfittare di ottimi prezzi da saldo. (grazie al lettore Gigi, per il suo contributo)
  3. Update: Beijing auto submits Gm Europe offer, Financial Times. Beijing automotive, casa automobilistica cinese, ha fatto una sua offerta a General Motors per una partecipazione in Opel. Questi cinesi non si fermano mai. Si fa perfino fatica a stargli dietro.

CompLo tutto/2

September 30th, 2009
  1. “La miniera di Osama in mani cinesi”, Corriere della Sera. Tempo fa, Sir David Richards - capo di stato maggiore dell’esercito inglese - aveva detto chiaro e tondo (al Times) che la missione della Nato in Afghanistan sarebbe potuta durare ancora a lungo. Tipo, precise parole, “30 o 40 anni”. E in effetti - come ci ricorda il Corriere in edicola oggi - di cose da fare nei prossimi decenni a Kabul ce ne sarebbero. Eccome. Per esempio sfruttare la miniera di Aynak, il secondo giacimento di rame al mondo. A scavare come pazzi - però - non sono e non saranno compagnie europee o targate Usa. Bensì i cinesi della China Metallurgical Group, la società di proprietà della Repubblica popolare che ha ottenuto - promettendo fior di royalties al governo afghano - una concessione di durata appunto trentennale. Ora: coincidenza vuole proprio nella regione di Ayak, siano stati appena mandati 2.000 soldati a stelle e strisce. E che Davide Frattini - inviato del Corriere in Afghanistan - osservi: “L’obiettivo ufficiale della missione (ad Ayak, NdA) è respingere le infiltrazioni dei talebani verso Kabul, ma l’effetto collaterale è quello di proteggere gli investimenti cinesi“. Ma guai a chi si permettesse di vedere un qualche nesso tra la protezione dei soldati americani e il fatto che la Cina sia il Paese che ha in tasca - sotto forma di titoli di Stato - la maggior parte del debito pubblico Usa. Quello sarebbe davvero pensare (troppo) male.
  2. “China seeks big stake in Nigerian oil”, Financial Times. Non solo Afghanistan. E non solo Asia. La Cina - ha scritto ieri il Financial Times - pare essere sempre più interessata anche al petrolio della Nigeria, il primo produttore di oro nero dell’Africa Subsahariana. Tanto che la China national offshore corporation (Cnooc) - una delle tre grandi compagnie petrolifere di Pechino - ha messo sul piatto oltre 30 miliardi di dollari per assicurarsi un sesto delle riserve nigeriane. Cnooc, per assicurarsi qualcosa come 6 miliardi di barilli di petrolio, dovrà battere la concorrenza di giganti del settore come Shell, Chevron, Total e Exxon. Ma un primo risultato l’ha già raggiunto: far sorridere i governanti nigeriani. Tanimu Yakubu, consigliere economico del presidente della Nigeria, infatti, ha commentato: “I cinesi hanno già offerto molto di più di quello che ci era stato dato in passato… Amiamo questo tipo di competizione”.
  3. “CIC buys stake in Kazakh oil and gas group”, Financial Times. Insomma la fame di materie prime cinesi non conosce confini. E neppure limiti. Solo negli ultimi sette giorni: China investment corp - il fondo sovrano cinese - ha comprato l’11% delle azioni di KazMunaiGas, produttore di gas e petrolio del Kazakistan (costo: 939 milioni di dollari); ha investito 1,9 miliardi di dollari in Bumi Resources, primo produttore di carbone in Indonesia; e ha pagato 850 milioni di dollari per avere il 15% della Noble Group, compagnia specializzata nel trasporto via nave di materie prime. Così, tanto per non farsi mancare niente.
P.S. Lo shopping fatto da Pechino negli ultimi giorni è una notizia. Ma non una novità. Qui, infatti, trovate “Complo tutto/1″, un altro (vecchio) post, con altri colpi messi a segno dalla Cina giusto quest’estate.


Fonte

martedì 22 settembre 2009

A picco


Il silenzioso Picco dei Picchi.




cervino
Quante volte abbiamo parlato qui del Picco del Petrolio?
Quante volte, negli ultimi anni, vi abbiamo prontamente informato, tutte le volte che qualche "organo", "ente", istituzione, Media, o personaggio politico prendeva posizione, di volta in volta minimizzando, negando, esorcizzando, ridicolizzando, ammettendo, posticipando, questo benedetto/maledetto Picco?
In ogni caso, a parlare OGGI del Picco del Petrolio, o di quello dell'Uranio o di quello di una qualunque risorsa si toccano nervi scoperti e si viene IMMEDIATAMENTE tacciati di catastrofisti, Cassandre, ignoranti etc etc etc.
E' quindi MOLTO curioso che un picco CLAMOROSO, di una risorsa certamente NON indispensabile ma non di meno ambitissima nel corso dei millenni sotto tutti i cieli, in tutti i contesti sociali, culturali e civili sia passato, tutto considerato, inosservato.
Pure, questa risorsa NON è stata sostituita da qualcosa di similare ANZI viene ricercata con furore ed intensità mai raggiunti prima. Nuovi produttori si affacciano all'orizzonte ed enormi sforzisono stati compiuti, affrontando costi monetari ed ambientali tremendi,  per aumentarne la produzione.
Tutto inutile.
Non solo il picco di questa risorsa è avvenuto, intorno al 2001ma il raddoppio delle quotazioni non è stato in grado che di rallentare il declino della produzione mondiale, attualmente intorno al 3% all'anno.
Sto parlando dell'ORO.
Sto parlando del PICCO DELL'ORO.
E sto parlando di UN FATTO.
Non una teoria.
Una risorsa, (un elemento, per meglio dire), che è stato forsennatamente ricercato durante tutta la storia dell'umanità ha raggiunto il suo apice produttivo e lentamente declina.
A dispetto dei Santi, dei Soldi profusi nella ricerca e, SOPRATUTTO,degli Economisti che continuano a spiegarci che quella del Picco è solo una teoria, che è solo questione di investimenti, che l'età della pietra non è finita per mancanza di pietra...etc etc etc.
Questo, tra parentesi, è un citatissimo luogo comune, che perdura da trenta anni, essendo nato da una frase dello sceicco Yamani: perchè non tutti i sassi sono adatti e le selci NON si trovano dappertutto, tanto che le prime tracce di commercio sono proprio quelle documentate da Selci, ovvero da SASSI che arrivavano da terre lontane.
Esattamente come con il petrolio, NESSUNO dei sedicenti esperti di cui sopra si è mai preoccupato di chiedere ad un Geologo non prezzolato come stessero davvero le cose.
Nel silenzio generale insomma, un picco era già evidente, inarrestabile, ma nessuno, NOI COMPRESI, ci aveva fatto caso.
Il Picco dell'oro E' UN FATTO, dicevo. E' STORIA.
Ed è passato quasi inosservato, benche qualcuno del settore se ne fosse accorto, già nei primi anni DOPO il raggiungimento del Picco.
Il massimo della produzione mondiale è stato raggiunto infattinel 2001.
Nonostante il quadruplicamento delle quotazioni, da 271 a oltre 1000 dollari, negli ultimi 8 anni la produzione globale è costantemente diminuita, benchè nuovi produttori si affacciassero prepotentemente sul mercato, in particolar modo la solita Cina che ha scavalcato il SudAfrica diventando il primo produttore mondiale.
 andamento produzione mondiale oro
Potete verificare da soli, ma ecco un grafico riassuntivo, tratto daquesto articolo.
Nell'articolo appena linkato vi sono anche altri dati interessanti.
Ad esempio un produttore storico come il Sudafrica, per oltre un secolo il leader assoluto ed incontrastato della classifica dei produttori, ha avuto un vero e proprio crollo della produzione, pari al38% nel periodo 2001-2009, ovvero circa un 6.6% all'anno.
Questo tasso, curiosamente è assai simile a quello previsto, calcolato e stimato per la fase successiva al raggiungimento del Picco del Petrolio ed è stato verificato in MOLTI distretti petroliferi, con importanti eccezioni in peggio, nei siti più intensamente e tecnologicamente sfruttati.
Grazie all'enorme parallelo aumento della produzione Cinese la produzione mondiale dell'oro è calata solo del 1.3% all'anno(dopo 115 anni di crescita continua) nonostante nello stesso periodo di tempo le quotazioni siano aumentate mediamente del 15% all'anno.
Nel periodo trascorso dal picco, sette anni per l'articolo citato, la produzione è calata del 12% mentre i prezzo sono aumentati del 225% (e, come visto, non è finita).
Possiamo dire quindi una cosa, una volta e per tutte.
LA TEORIA che, con i dovuti investimenti, la produzione di una risorsa non rinnovabile possa sempre seguire la domanda,ALLA PROVA DEI FATTI si è rivelata sbagliata.
NONOSTANTE massicci investimenti e una domanda elevata e crescente, dimostrata dall'aumento imponente delle quotazioni, la produzione è DIMINUITA e continua a diminuire.
Aspo ed i "Peak oilers" avevano ed hanno ragione.
Il NY Times , buona parte degli economisti, dei sedicenti e, ragionevolmente, prezzolati esperti e dei "decisori" avevano torto.
L'unica leva rimasta all'economia, per far incrociare domanda ed offerta è stata quella di "distruggere la domanda" tramite unaumento verticale dei prezzi.
Non essendo l'oro un bene indispensabile ma un bene rifugio questo non danneggia l'economia.
Resta il fatto che la stessa dinamica della produzione e dei prezzi si riscontrerebbe (e si riscontrerà)  dopo il picco di un bene indispensabile come il petrolio, con l'aggravante che la distruzione della domanda determinerebbe una parallela distruzione del'economia stessa, per la notevole rigidità della domanda, ampiamente dimostrata in questi anni.
Un eventuale crollo degli investimenti, come si è verificato in questi due anni, non può far altro che AGGRAVARE il calo della produzione, così AFFRETTANDO la distruzione dell'economia stessa quando domanda ed offerta torneranno ad incrociarsi.
Due teorie si sono silenziosamente scontrate davanti a noi.
Una ha perso, una ha vinto.
Il risultato è indubbio.
L'unico modo per negarlo è negare che la partita sia mai avvenuta.
Meglio ancora, ignorarla, contando sulla dominante inconsapevolezza dei termini (e della posta in gioco) della questione.
Questo è quanto è successo, succede e succederà, fino a che sarà possibile.
Almeno voi quattro lettori ora lo sapete.
La Realtà bussa alla porta, i nodi vengono al pettine, la Storia siamo Noi, non ci sono più le mezze stagioni ed i castori stanno rosicando.
Ripeto: i castori stanno rosicando.
;o)

Un bel grazie a Blogsfere per l'ennesimo bell'articolo

venerdì 4 settembre 2009

Dove sono finiti i pesci?

Transparency: Where Are All the Fish?


Nota: Per gli utenti Explorer ci vuole un po' prima che si apra il link

People eat a lot of fish. In fact, per capita fish consumption has nearly doubled in the last 50 years. The problem is that there may not be any more fish if we keep catching and consuming them at this rate. The Food and Agriculture Organization of the United Nations measures how many of each species of each fish were caught each year. Using these numbers, we can see how some fish catches have peaked, meaning that there are simply not enough fish left to catch. Other fish’s catch numbers are still rising, meaning that demand for that fish is increasing: if we keep fishing the way we are, those populations will also start to drop and potentially die out. Our latest Transparency is a look at catch numbers of some of the most popular fish in the world.
A collaboration between GOOD and Timko & Klick
CORRECTION: The tuna on the graphic was incorrectly labeled as albacore rather than yellowfin. We’ve updated the graphic. You can see the old version here.

giovedì 3 settembre 2009

Messico previsioni di carestia

Nel Messico ridotto alla carestia esploderà nel 2010 una nuova Rivoluzione?

hidalgo
Nel 1810 in Messico si dichiarò l’indipendenza dalla Spagna (nella foto il celeberrimo murales di José Clemente Orozco). Nel 1910 scoppiò la Rivoluzione zapatista. Alla vigilia del 2010, secondo la Conferenza Nazionale Contadina (CNC), il paese è al bordo della fame di massa.
Per i fagioli, i frijoles, si teme un meno 80% nel prossimo raccolto, una tragedia che potrebbe tradursi in migliaia di morti di fame nel prossimo anno. Solo un po’ meno peggio va per l’altro architrave dell’alimentazione di cento milioni di messicani, il mais, meno 50%.
E proprio la fame potrebbe essere il punto più triste d’inflessione di un modello fallito di paese che a 200 anni dalla nascita ha bisogno di un nuovo inizio.

Il PIL intanto quest’anno cadrà del 9%. L’industria sta perdendo solo quest’anno un milione di posti di lavoro. La guerra civile dei narcos, ormai la prima industria nel paese come in Colombia negli anni ‘80, supererà la soglia dei 10.000 morti ammazzati nel 2009. La metà di questi è a Ciudad Juárez. La città, 1.5 milioni di abitanti, alla frontiera con il Texas vive in un contesto di violenza, non endemica ma causata dalla crisi, peggiore di quella di Baghdad. Un governo senza altra ricetta che quella neoliberale risponde tagliando salute ed educazione per far cassa oppure mandando l’esercito a reprimere e farsi complice del precipizio.
La Confindustria messicana dal canto suo, in sinergia con il ministro dell’Economia Agustín Carstens, uno degli ultimi “Chicago boy” con tanto di dottorato sulla piazza continentale, vuole lacrime e sangue sotto forma di IVA su medicine e alimenti. Nel loro delirio sostengono ancora che così si potrebbero ridurre le tasse ai ricchi e far da volano all’economia. Qualcuno sperava in Barack Obama, ma il presidente democratico elude ogni richiesta d’aiuto di Felipe Calderón a cominciare dall’alleviare le misere condizioni di vita di milioni di migranti che quest’anno, secondo il BID, invieranno vari miliardi in meno in rimesse.
Le politiche neoliberali dei governi del PAN, le conseguenze sempre più intollerabili del Trattato di Libero Commercio del Nordamerica (NAFTA) del 1994 e la siccità causata dal cambio climatico si abbattono così sul Messico come le bibliche piaghe d’Egitto. La siccità, la peggiore degli ultimi 70 anni, mette in grave crisi 3.5 milioni di contadini e 7 milioni di ettari di terre coltivate in 23 dei 32 stati del paese. Inoltre l’80% dei capi d’allevamento sta soffrendo la sete e una percentuale identica del territorio agricolo messicano è a rischio erosione. Senza fagioli né mais, le due principali sostanze della dieta del paese nordamericano, cosa mangeranno milioni di persone, soprattutto quelli di campagne sempre più desolate?
E’ strano che sulla bancarotta fraudolenta di una delle economie del G20, forse la più compiutamente neoliberale tra tutte, non vi sia alcuna analisi nei giornali italiani e ben poco in quelli occidentali che dovrebbero ammettere che il Messico, come già l’Argentina un decennio fa, sono lo specchio più fedele del fallimento pieno del modello post-coloniale imposto nel dopoguerra dal Fondo Monetario Internazionale.
Nell’immediato l’unica soluzione a disposizione del governo messicano per evitare la fame di massa è continuare a svenare il paese nell’importazione di alimenti. Questi proverranno ancora una volta dall’agricoltura iper-assistita degli Stati Uniti, infinitamente meno liberale di quella messicana e perciò più solida. E’ un paradosso che non consola perché invece sarebbe urgentissimo ripensare completamente la politica agraria dello Stato messicano e rinegoziare il Trattato di Libero Commercio del Nord America. Questo dal 1994 ad oggi ha obbligato all’esodo dalle campagne oltre dieci milioni di contadini senza che l’industria uscisse da una crisi ultraventennale e nonostante l’azzeramento di diritti sindacali imposto nell’arcipelago gulag delle maquiladoras dove 1.2 milioni di lavoratrici e lavoratori consumano la vita per pochi spiccioli e nulla apportano all’economia del paese. Dalle maquiladoras infatti partono il 47% delle esportazioni lasciando in Messico un controvalore pari ad appena il 3% del PIL. E’ un modello da buttare che Calderón non vuole, non sa e non può cambiare.
In questo contesto, col sistema educativo allo sfascio e (come la sanità) sottoposto a continui tagli dal governo, e non più in grado di creare opportunità e perequazione sociale, ai giovani e meno giovani messicani resta l’emigrazione (per dove se neanche il Canada li accoglie più?) oppure affiliarsi al narcotraffico e candidarsi a diventare un numero nella statistica dei morti ammazzati o dei sicari.
Oppure, lo desiderano gli ottimisti, lo temono gli oligarchi di sempre, l’implosione messicana sarà risolta dall’esplosione di un nuovo conflitto sociale, una ribellione aperta contro lo Stato liquido neoliberale che ha sostituito quello clientelar-assistenziale instaurato dal PRI e che è manifestamente fallito. Fatto sta che ogni cent’anni il Messico esplode. Nel 1810 fu dichiarata l’indipendenza dalla Spagna e cent’anni dopo, nel 1910, scoppiò la grande Rivoluzione zapatista, l’evento fondante del Messico moderno. In entrambi i casi ci volle più di un decennio di guerre, carestie e turbolenze per uscirne.
Giunti al tratto finale del 2009 quello che è certo è che il paese è nuovamente allo stremo. Il regime neoliberale farà la fine della corona spagnola al tempo dei lumi e del porfiriato un secolo dopo? E’ difficile dirlo. Sarà la divisa sinistra politica a condurre la rivolta? I sindacati? Oppure i movimenti sociali? O forse ancora un nuovo zapatismo che faccia ritrovare rappresentatività agli ultimi degli ultimi? Oppure i tempi dell’implosione del Messico saranno dettati da una caotica esplosione di violenza che prenderà magari la forma di saccheggi nei supermercati, una jaquerie premoderna che promuoverà un caos dagli esiti imprevedibili, forse perfino un ritorno dell’eterno PRI? Forse nulla di tutto questo succederà. Forse succederà qualcosa di completamente nuovo. Ma di sicuro nel Messico alla fame qualcosa dovrà accadere.

Fonte