Ci troviamo, attualmente (luglio '09), all'inizio della Fase 2 della strada che conduce a un esito catastrofico: ci stiamo (solo) all'apparenza riprendendo dalla più profonda crisi economica degli ultimi 80 anni, e il prezzo del petrolio sta di nuovo viaggiando velocemente minacciando di raggiungere presto nuovi massimi. Poiché tali massimi non sono sostenibili per lungo tempo, è possibile che vi siano più cicli di profonda crisi economica e di apparente ripresa prima che si entri in pieno nellaFase 2, e cioè nella più Grande Depressione della Storia. Già in ciascuno di tali cicli, tuttavia, il rischio di una "fusione del nocciolo" (financial meltdown) del sistema economico-finanziario sarà sempre più elevato, e potrà essere forse scongiurato -- non evitando, però, altri fallimenti di banche, compagnie aeree, aziende varie, etc. -- solo al prezzo di nuovi grossi interventi economici statali, che di conseguenza aumenteranno ilrischio di default degli Stati medesimi e di crac globale (Fase 3), esito che potrebbe diventare via via sempre più probabile.

Figura 14. Il trend della disoccupazione negli Stati Uniti. Alla data di giugno 2009, non si vede ancora il minimo segno di un'inversione di tendenza. Anzi, altri dati rivelano che la situazione è anche peggiore perché sta crescendo il part-time obbligatorio e, se si includono anche questi casi, il cosiddetto "tasso di sofferenza" ha già raggiunto oltre il 18%, cioè quasi un 1/5, della forza lavoro. (fonte: U.S. Bureau of Labor Statistics)
Vi è poi un altro tipo di minaccia, di tipo geopolitico. Infatti, i Paesi più "energivori" sono tra quelli che dispongono di "riserve" (nel senso di giacimenti) più limitate: quasi il 70% delle attuali riserve di petrolio si trova in Medio Oriente, mentre più del 75% delle riserve di gas naturale si trovano in Medio Oriente e Paesi dell'Ex-Unione Sovietica. Ciò è una minaccia per la continuità dell'approvvigionamento di tali risorse: perfino un attacco terroristico o militare al porto saudita dove transita il 12% del petrolio mondiale sarebbe catastrofico. Perciò, alcune nazioni sono già in gara per l'accaparramento delle ultime riserve, e la guerracostituisce -- e costituirà sempre più -- uno strumento privilegiato di tale strategia. Inoltre, un prezzo del petrolio molto più alto può essere sopportato bene dalla Cina ma non dall'Occidente, che dunque ha una "soglia del dolore" più bassa. E in una situazione ancora peggiore si trovano i Paesi poveri, in quanto il caro-petrolio si accompagna a prezzi più elevati per il cibo e per altre risorse essenziali, ponendo laggiù le basi per pericolose instabilità civili e sociali.
La nostra civiltà tecnologica, ammesso che riesca a evitare una fine prematura per un collasso economico-finanziario, rischia quindi di finire per un collasso dei sistemi socio-politici. Infatti, nella crescita esponenziale del prezzo del petrolio (e dei generi alimentari che l'accompagnerà strettamente), il Terzo Mondo, non potendosi affatto permettere i prezzi che potrà (almeno inizialmente) permettersi il più ricco Occidente, entrerà per primo in una situazione gravissima, caratterizzata da: escalation dei morti a causa della fame, calo drammatico della soglia di povertà, disordini socio-politici, guerre, genocidi, etc. Dopodiché, sempre che la situazione del Terzo mondo non inneschi prima un conflitto globale, all'ulteriore crescere del prezzo medio del petrolio toccherà all'Occidente entrare nella fase critica -- caratterizzata, verosimilmente, da black-out elettrici e penuria di carburante per i trasporti -- che metterà sotto un fortissimo (e sempre maggiore) stress i propri sistemi socio-politici.
Perché l'Italia è il Paese che sta peggio
Ritengo opportuno aprire una parentesi sulla situazione italiana in tale contesto, poiché il nostro Paese è forse quello che nel complesso stapeggio in assoluto, sia perché ha il terzo debito pubblico più alto al mondo sia perché -- come vedremo -- è il più esposto al rischio di un collasso sistemico, dipendendo quasi completamente dall'estero per l'approvvigionamento di energia (sia elettrica che carburanti), nonché daltrasporto su gomma di tutte le merci. Ma per capire quali siano i rischi concreti per l'Italia, riteniamo opportuno rammentare (in quanto ci servirà come parametro di riferimento) che, quando il 23 dicembre 2001 l'Argentina andò in bancarotta, si trovava al terzo anno consecutivo di recessione economica e il suo debito pubblico aveva raggiunto il 140%del PIL: ricordatevi questo numero. Il default, oltre a ripercuotersi sulle obbligazioni (i famosi bond) dei risparmiatori italiani, provocò unaperdita di valore della moneta argentina di quasi l'80 per cento: come se un euro valesse all'improvviso solo 20 centesimi.
Abbiamo visto in precedenza che il mondo è destinato a entrare prima o poi (probabilmente più prima che poi, come nel '29) in una Grande Depressione a causa dei prezzi alti dell'energia. In tale situazione, saranno necessari altri salvataggi di banche e assicurazioni per evitare di far saltare la mega-bomba a orologeria dei Credit Default Swap (che nel mondo ammontano a circa 500 trilioni di dollari, ovvero dieci volte di più dell'intero PIL mondiale, che è di 50 milioni di dollari), in quanto ciò significherebbe collasso immediato del sistema economico-finanziario. Ma tali salvataggi comporteranno un forte peggioramento del debito pubblico di molti Paesi. A quel punto, probabilmente qualche Statoandrà in bancarotta, con il rischio concreto di trascinarne con sé altri per effetto domino. In pratica, uno Stato va in bancarotta quando non riesce a piazzare sul mercato le proprie obbligazioni, con le quali paga gli interessi sul proprio debito: non a caso, prima di andare in default l'Argentina offriva bond con interessi a due cifre.
La domanda, quindi, è: quale Stato andrà in bancarotta per primo? Gli Stati Uniti, che prima della crisi avevano un debito pubblico pari a circa il 60% del PIL (vedi Fig. 9), viaggiano verso un debito già pericoloso del 100% del PIL, che potrebbe essere ampiamente superato in caso di ulteriori "salvataggi". Finora, la Cina ha acquistato le obbligazioni emesse dal Tesoro USA, di cui è il principale acquirente, ma non è chiaro se sarà disposta a farlo nel caso in cui si rendesse conto di star comprando solo "carta straccia". In Europa, sono a rischio bancarotta, in particolare, alcuni Paesi dell'Est (che però sono economie abbastanza piccole) e la Grecia, che ha un debito pubblico pari al 95% del PIL ed, essendo "sotto i riflettori", in futuro potrebbe avere grosse difficoltà a piazzare le proprie obbligazioni. L'Italia ha oggi un debito pari quasi al110% del PIL, anche se non è stato finora peggiorato da salvataggi o piani di stimolo dell'economia, per cui rimane uno dei Paesi candidatialla bancarotta (in prima o in seconda battuta).
L'Italia, per giunta, è probabilmente il Paese avanzato più esposto al rischio di un collasso sistemico. Infatti, noi dipendiamo per ben oltre l'80% dall'estero per l'approvvigionamento di energia elettrica (o dei combustibili necessari a produrla), il che si traduce in un alto rischio diblack-out, anche permanenti, in caso di una seria crisi internazionale che coinvolga dei Paesi da cui dipendiamo, oppure di una bancarotta del nostro Paese (possibile fra un paio di anni, se non prima). Idem per quanto riguarda i carburanti per i trasporti, con l'ulteriore aggravante che in Italia il trasporto delle merci avviene quasi esclusivamente su gomma, con potenziali catastrofiche conseguenze nella fase più acuta di una crisi, come quella provocata dal naturale e rapido declino della produzione mondiale di petrolio e gas naturale. E, in una società come la nostra, sono sufficienti 10-15 giorni di interruzione di servizi quali energia e trasporti per portare il Paese a un collasso che, prolungandosi oltre, degenererebbe causando milioni di morti.
Un problema gravissimo ma ignorato
I Governi e i loro consiglieri hanno notevoli responsabilità nel non aver avuto la percezione dell'urgenza del problema "picco del petrolio" né, tanto meno, delle conseguenze a cui si va incontro quando si raggiunge e supera tale picco. E pare che continuino ancora oggi a vivere nel passato, immaginando che il problema non possa essere più grave del cambiamento climatico, su cui amano concentrare qualche modesto sforzo, peraltro più "di facciata" che sostanziale. Buona parte di tale profonda ignoranza va attribuita all'International Energy Agency (IEA), che, per motivi su cui preferiamo tacere, per anni ha fornito previsionilargamente ottimistiche su produzione e disponibilità del petrolio (nonché sul suo prezzo) poi sistematicamente rivelatesi sbagliate. Oggi, l'unica fonte affidabile sull'argomento è rappresentata dall'ASPO, l'Association for the Peak of Oil and Gas, che in quanto ad autorevolezza e indipendenza è l'equivalente dell'IPCC (International Panel for Climate Change) per il riscaldamento globale.
A differenza del riscaldamento globale, tuttavia, il picco del petrolio è un argomento troppo nuovo e interdisciplinare per attirare l'interesse della maggior parte degli esperti "tradizionali", così sembra non esistere nei media e nella coscienza collettiva. Addirittura, se nel 2007 si faceva una ricerca nel database ScienceDirect, si trovavano solo 24articoli scientifici contenenti nel titolo o nell'abstract il termine "Peak Oil", contro ben 1800 articoli contenenti "Global Warming"! Tra l'altro, il picco del petrolio e il riscaldamento globale indotto dall'uso sconsiderato dei combustibili fossili nell'ultimo secolo rappresentanodue lati della stessa medaglia, e molte delle soluzioni proposte per il riscaldamento globale -- energie rinnovabili, migliore efficienza energetica, etc. -- sono utili anche per il picco del petrolio. Prima o poi i politici, gli economisti, gli scienziati, e tutti i semplici cittadini si accorgeranno del nuovo problema, ma sarà tardi.

Figura 15. Le statistiche di Google Trends mostrano come il "picco del petrolio" sia stato, negli ultimi anni, un argomento quasi del tutto ignorato nelle ricerche di informazioni su Google rispetto al "riscaldamento globale", nonostante il primo sia di gran lunga il problema più serio e urgente per il nostro futuro prossimo. (fonte: ASPO)
Occorre invece sottolineare la gravità del problema, che è sotto ogni aspetto di gran lunga superiore per urgenza e probabili conseguenze a quella del riscaldamento globale. Durante la crisi petrolifera del '73, dovuta al boicottaggio arabo, la discrepanza tra offerta e domanda (cioè la spare capacity) raggiunse appena il -5%, ovvero l'offerta era "solo" del 5% inferiore alla domanda, e comunque lo fu solo per un tempo limitato. E già questo fu sufficiente a quadruplicare il prezzo del petrolio, e a provocare inflazione a due cifre, auto a targhe alterne, file interminabili ai distributori di benzina. Ma nello scenario "post-picco del petrolio" il gap negativo tra la capacità di produzione e la domanda si stima che cresca intorno al 4% l'anno (che è il tasso di declino annuale iniziale dei pozzi, che di solito dopo pochi anni sale al 10% e più), il che porta a un gap negativo di almeno il 20% in meno di cinque anni: un vero disastro, altro che -5% degli anni Settanta!
Con un calo di questa entità, anche la contrazione economica -- cioè, in pratica, il calo del PIL cumulato nell'arco di pochi anni -- potrebbe dunque essere altrettanto grande, ovvero a due cifre, con tutte le catastrofiche conseguenze che ciò comporterebbe in un sistema economico-finanziario fondato sul presupposto dell'espansione, resa possibile solo dall'energia fornita dal petrolio a basso prezzo, grazie alla quale l'1% della popolazione mondiale produce cibo per il restante 99%. Perciò, è inevitabile che la recessione economica iniziata alla fine del 2007, seguita da un'apparente ripresa, sfoci prima o poi in una Grande Depressione (come successe anche nel 1929). Ma questa volta, essendo la sua causa fondamentale il declino della fonte-chiave di energia della nostra civiltà tecnologica, sarà molto più grave di quella degli anni Trenta, che, in pratica, fu poco più dello scoppio di una grossa bolla speculativa nel mercato azionario dell'epoca.
Molti, fra l'altro, ignorano del tutto che oltre al "fattore tempo" esiste un altro, e non meno importante, problema di fondo. Il petrolio, infatti, rappresenta oggi il 35% dell'energia mondiale generata (ma insieme al gas oltre il 55%) e circa il 90% dell'energia usata nei trasporti (nei quali le fonti rinnovabili hanno un'incidenza quasi nulla). L'energia fornita dalla produzione corrente di petrolio è quindi enorme, equivalente al lavoro 24 ore su 24 di ben 22 miliardi di schiavi. Ebbene, anche secondo l'ASPO è virtualmente inconcepibile che la produzione di energia dalle possibili fonti alternative possa essere aumentata al punto da compensare il declino di petrolio e gas. Infatti, il gas naturale è anch'esso assai prossimo al picco, e pure le altre sorgenti primarie di energia (carbone e uranio) sono soggette a un rapido esaurimento, mentre la transizione alle fonti rinnovabili richiede, paradossalmente, un'enorme quantità di energia e inoltre con esse -- come già per i biocarburanti -- l'area disponibile tende a saturare.

Figura 16. I consumi energetici mondiali. Si noti come nel loro complesso i combustibili fossili (petrolio + gas + carbone) forniscano addirittura l'80% circa del totale mondiale dell'energia consumata. (Fonte: IEA - Key World Statistics 2003)
Alcune false credenze sull'argomento
Circolano spesso, tra la gente comune e perfino tra alcuni esperti, idee errate riguardanti il problema del picco del petrolio. Alcune nascono dalla semplice ignoranza dei dati. Quanti sanno, ad esempio, quali sono quantitativamente gli utilizzi del petrolio? Ben pochi, visto che il 99% dei siti sul picco e la fine del petrolio non ne parlano! Ebbene, secondo alcune stime di tecnici del settore, circa il 55% di un barile di petrolio diventa carburante, il 20% olio combustibile per produzione elettrica e usi industriali, oltre il 10% serve per il riscaldamento, mentre il resto va in bitumi, lubrificanti e altri prodotti lavorati (plastica, tessuti, etc.), come mostrato dalla tabella qui sotto. È interessante sapere che un barile di petrolio (pari a 158 litri) fornisce un'energia di1.650 kWh, pari ai consumi elettrici di una famiglia in sette mesi e mezzo, oppure equivalente al lavoro di 5 schiavi per 12 ore al giorno per un anno. In Italia, mediamente una persona consuma 5 litri di petrolio al giorno, ossia circa un barile di petrolio al mese.
Di un barile di petrolio il
| Diventa...
|
23%
| Gasolio auto
|
22%
| Benzina
|
20%
| Olio combustibile per utilizzi industriali o per la produzione elettrica
|
10%
| Gasolio per riscaldamento
|
7%
| Kerosene per il trasporto aereo
|
5%
| Gpl per auto e riscaldamento
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5%
| Bitumi (ad es., per realizzare asfalti)
|
5%
| Prodotti lavorati vari (plastica, tessuti, etc.) |
3%
| Lubrificanti
|
Tabella 2. I vari utilizzi tipici di un barile di petrolio, espressi in maniera quantitativa.
Ebbene, è una falsa credenza che sia possibile sostituire il petrolio nel suo uso principale con i biocarburanti, cioè carburanti di origine vegetale. Infatti, anche se gli Stati Uniti per ipotesi convertissero tutto il mais da loro prodotto in bio-diesel (da sottrarre, però, all'attuale uso alimentare), coprirebbero solo il 12% della propria domanda di carburanti. Dunque, non è possibile rimpiazzare i derivati del petrolio con i biocarburanti senza provocare un serio impatto sulla disponibilità di cibo per noi stessi e sui prezzi dei generi alimentari. Non stupisce quindi che, secondo uno studio della Banca Mondiale, i biocarburanti -- soprattutto dove gli agricoltori sono stati indotti da incentivi statali a dedicare parte dei propri campi a tale produzione -- hanno distorto i mercati, provocando nel 2008 un'impennata fino al 75% dei prezzi alimentari mondiali. In seguito a tale rapporto, la Commissione Europea è finita sul banco degli imputati per aver fissato come obiettivo per il 2020 la quota di carburanti di origine vegetale al 10%.
Un'altra idea comune è che, per affrontare il problema del picco del petrolio, sia utile aumentare l'efficienza energetica: ad es. producendo calore con fonti rinnovabili e non con fonti pregiate di energia, come invece sono l'olio combustibile o quella elettrica (quest'ultima ricavata magari da una centrale a olio combustibile sfruttando solo il 50% del calore prodotto). Il paradosso è che ciò permette alla popolazione e all'economia di crescere a livelli ancora più insostenibili, senza affrontare le vere cause: lo stile di vita, la sovrappopolazione, etc. L'umanità tende sempre ad agire in modo miope, guardando solo all'oggi, e compie azioni che realizzano una sorta di "effetto molla": i cittadini riducono i km percorsi in auto, le imprese i margini di profitto,lo Stato le tasse sulla benzina, etc. Più si tamponano i sintomi e più la molla si carica, finché, finite le "carte da giocare", scatta all'improvvisocon un effetto simile a quello dell'acqua quando rompe gli argini, facendo precipitare in breve tempo la situazione.

Figura 17. La "nostra scelta" riguarda come vogliamo arrivare in pochissimi anni a un livello e ad uno stile di vita sostenibili: possiamo tentare di gestire la difficile e al tempo stesso rapidissima transizione oppure lasciare che sia una catastrofe a farlo per noi. Quest'ultima sembra essere la strada che abbiamo da tempo imboccato.
Un'altra falsa credenza è che il prezzo crescente del petrolio dipenda dalla speculazione. Questa gioca certamente un ruolo importante sul breve e medio termine (da ore a mesi), ma non sul lungo termine(anni), in quanto essa semplicemente "scommette" in anticipo sui futuri trend (assolutamente reali) di domanda e offerta: se questi trend poi non si verificano, gli speculatori non guadagnano bensì perdono; in più, se essi spingessero i prezzi a livelli ingiustificati, la domanda si contrarrebbe e loro rimarrebbero con "piscine" di petrolio invendute!Pertanto, non servirebbe a nulla chiudere il mercato dei futures sul petrolio -- ossia la possibilità di agire della speculazione finanziaria -- nel tentativo di proteggere l'economia e la finanza (anche se tale mercato, oggi libero, va regolamentato). Sarebbe anzi un errore, perché la funzione preziosa del mercato dei futures e della finanza in generale è proprio quella di anticipare le tendenze in atto nel mondo reale, e dunque di fornire un prezioso "campanello d'allarme".
A proposito di speculazione, come sottolinea Tverberg in uno dei suoi ultimi articoli, in una contrazione economica seria il prezzo medio del petrolio (che, paradossalmente, ne è la causa) e di tutte le altrecommodity tende a calare -- quasi per un'ironia della sorte -- non a crescere. Infatti, la già citata restrizione del credito che si ha quando si verificano molti default privati sul debito, oltre a rappresentare un problema di per sè, significa prezzi più bassi (pure per il petrolio), oltre che meno fondi da investire sia per realizzare nuove infrastrutture (strade, reti elettriche, satelliti GPS, etc.) sia per manutenere le vecchie e per puntare su alternative al petrolio più o meno palliative come le fonti rinnovabili, le auto a idrogeno, etc. E, in un contesto di scarso credito, minori capitali da investire e prezzi bassi, non solo la base industriale tende a collassare, ma il declino della produzione di petrolio sarebbe molto più rapido di quanto previsto dai soliti modellibusiness-as-usual, peggiorando ulteriormente le cose.
La fine della civiltà tecnologica
Dunque, oggi ci troviamo in una fase critica della Storia dell'Uomo e della Civiltà, che in qualche modo vedrà la fine della civiltà tecnologica come noi la conosciamo. La prima metà dell'Età del Petrolio -- iniziata circa due secoli fa e appena finita -- è stata caratterizzata dall'espansione, basata sulla disponibilità di tanta energia a basso prezzo ricavata dal petrolio, ed ha visto lo sviluppo di un sistema finanziario fondato sul presupposto della crescita perpetua, che ha potuto creare falsa liquidità in quanto le banche prestavano più di quanto avessero in deposito. La seconda metà dell'Età del Petrolio, invece, è (e sarà sempre più) caratterizzata da una scarsa disponibilità di energia a basso prezzo e dunque dalla contrazione, per gestire la quale occorrerebbe un nuovo sistema economico-finanziario (una improbabile economia di "stato stazionario") oltre che uno stile di vitaprofondamente diverso, intollerabile per chi ha estratto e consumato i combustibili fossili al massimo ritmo possibile.

Figura 18. Probabilmente, le "armi di distruzione di massa" che per prime porranno fine alla nostra civiltà tecnologica sono i derivati, strumenti creati da un'ingegneria finanziaria priva di scrupoli. Si pensi che l'intero (e regolamentato) mercato borsistico americano rappresenta appena il 2%, in quanto a dimensioni, del mercato mondiale dei derivati (che non è regolamentato): una vera "Santa Barbara" pronta ad esplodere.
Non è difficile cogliere la tragica ironia del declino della produzione del petrolio: più si è efficienti nell'estrarre e nel mettere sul mercato questa risorsa e prima essa diventa abbastanza scarsa da mettere il mondo neiguai. E oggi, di questa situazione non ancora compresa dai più, purtroppo ne vediamo chiaramente i sintomi, se si "vuole vederli": crescita del prezzo del petrolio, crisi economica, aumento di fame e guerre, disoccupazione, etc. D'altronde, l'uomo è bravissimo a fare, in nome del profitto immediato e dell'interesse personale, il contrario di ciò che dovrebbe. Siamo giunti, quindi, a un punto di svolta. La Storia ci insegna che la recessione economica e le ingiustizie economico-sociali portano a risposte violente, come insurrezioni, conflitti civili e guerre. E mai come oggi sono grandi -- e si vanno sempre più allargando -- ledisparità tra Paesi ricchi e Paesi poveri (nonché tra cittadini ricchi e poveri all'interno di uno stesso Paese), e tra "gente comune" da una parte e manager, finanzieri, politici dall'altra.
Se guardiamo la situazione attuale in una prospettiva storica, forse possiamo coglierne la sua drammaticità. Dall'Ottocento, il benessere portato dal petrolio ha dato luogo a un boom della disponibilità di cibo e della popolazione mondiale. L'uomo, infatti, è la prima specie animale ad aver utilizzato fonti esterne di energia, con le quali ha sostituito il lavoro degli schiavi. Grazie ad esse, la moderna agricoltura è quasi 40 volte più efficiente, in termini di cibo prodotto, di quando il lavoro veniva svolto dall'uomo e dagli animali anziché dalle macchine. Ora, però, ci troviamo ad affrontare il rapido declino delle fonti di energia primarie, e al crollo della produzione di petrolio si accompagnerà inevitabilmente un catastrofico crollo della disponibilità di cibo e della popolazione mondiale. Quindi il picco del petrolio oggi è, in ultima analisi, un problema di sovrappopolazione, oltre che, ovviamente, di consumi individuali eccessivi.

Figura 19. Il picco della popolazione umana associato al picco della produzione del petrolio (e della disponibilità di cibo). Dopo il picco di Hubbert ci si aspetta un rapido crollo della popolazione mondiale quanto meno a un livello sostenibile. (fonte: ASPO)
La più grande sfida a cui l'umanità è chiamata in questo momento è tentare di gestire tale transizione a un mondo post-petrolifero -- inevitabile e rapida -- nel modo meno "doloroso" possibile. È infatti impossibile che la popolazione mondiale possa crollare a un livello sostenibile se non morendo per fame e per guerre. D'altra parte, un eventuale conflitto nucleare globale potrebbe rendere il pianeta invivibile per l'uomo, e causarne di fatto l'estinzione. Se mai qualcuno sopravviverà a una transizione di tale portata, ciò significherà presumibilmente il ritorno a una condizione rurale tradizionale, con comunità autosufficienti, se non addirittura a uno stadio più primitivo. In effetti, oggi siamo su un treno che è alla fine della sua corsa, ma a questo arresto imprevisto la nostra civiltà tecnologica ci sta arrivando nel modo più veloce e violento possibile, il che non rende difficile immaginare quali potranno essere le conseguenze.
In conclusione, il raggiungimento del picco mondiale di produzione del petrolio rappresenta quel punto della Storia dell'umanità in cui la risorsa petrolio cessa di essere abbondante (come è stata fino a pochi anni fa) e diventa scarsa, con conseguente aumento esponenziale dei prezzi e con tutte le difficoltà economiche e geopolitiche del caso. Il fatto che il petrolio sia una risorsa preziosissima e di fatto NON sostituibile su larga scala per il trasporto di merci e persone nonché per la produzione di innumerevoli prodotti di uso comune o particolare, oltre alla crescita di Paesi come la Cina, che ha raddoppiato i consumi di petrolio negli anni Novanta e ha un tasso di crescita simile a quello delle economie occidentali nel Dopoguerra, rende purtroppo del tuttoimpossibile, di fatto, una transizione a una società post-petrolifera(cioè basata sull'idrogeno, sulle fonti di energia rinnovabili e su nuovi materiali) senza che lungo la strada si verifichino collassi sistemici o altre situazioni catastrofiche per l'intera umanità.
Una fine annunciata. Vi dice nulla l'Isola di Pasqua? Come in tempi non sospetti raccontavo nel mio libro "Mondi futuri" (vedi a pag.146), su quell'isola ricca di foreste 1600 anni fa viveva una civiltà florida e sofisticata anche politicamente. Ma gli abitanti tagliarono a un ritmo elevato gli alberi per costruire barche con cui procurarsi cibo. Il rapido esaurimento di questa risorsa preziosa (il legno) provocò la fame e lo scoppio di disordini gravissimi, e quando nel 1772 gli europei arrivarono sull'isola, i pochi superstiti vivevano in uno stato di cannibalismo e violenza su un'isola sterile e desolata. La società mondiale sta dunque semplicemente ripercorrendo le orme di quanto già successo su scala più piccola all'Isola di Pasqua. Detto in altre parole, la nostra civiltà tecnologica oggi è un po' come un malato di tumore che scopre di avere una metastasi e di essere in fase terminale, e noi individui siamo le cellule (alcune sane, molte altre malate) di quell'organismo: quando muore l'organismo, il nostro destino è segnato...
Post Scriptum. Ho ricevuto da un lettore una e-mail che mi ha fatto capire come non sia chiaro che qui si parla di eventi molto vicini nel tempo (oltre che di una situazione senza precedenti: ai tempi della Grande Depressione non esisteva la "super-bomba" odierna dei derivati, inventati da una finanza senza né etica né regole!). Per fortuna, mi aiutano due articoli che, al di là dei discorsi sul petrolio e su problemi che possono sembrare al lettore lontani nel futuro -- ma non lo sono! -- vanno al "nocciolo" della situazione attuale, spiegando perché e come il sistema economico-finanziario mondiale si trovi sull'orlo del collasso(con l'Italia in prima fila avendo il terzo debito pubblico più grande al mondo): non che io non l'abbia fatto, ma la chiarezza non è mai troppa! Vi consiglio, quindi, di leggerli per intero. Eccoli: uno e due.
Nota. Chi necessita di contattarmi per motivi rilevanti sull'argomento "picco del petrolio", troverà i miei recapiti nel mio sito personale.
(Ultimo aggiornamento periodico: 10 luglio 2009)
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Siti Internet
I migliori siti di riferimento per la maggior parte dei temi trattati in questa pagina:
- Association for the Study of Peak Oil and Gas, ASPO International. È l'associazione che fornisce i dati più attendibili riguardo il petrolio ancora disponibile e fa previsioni con sofisticati modelli. In particolare, sono utili le sue newsletter (v. link qui sotto).
- ASPO Newsletter, a cura di C. Campbell et al., Ireland, 2001-Today. Le ultime annate danno un'idea del problema propedeutica e complementare a "The Oil Drum". Ottime.
- The Oil Drum, Discussions about Energy and Our Future. Il sito più utile riguardo l'aspetto-chiave del problema picco del petrolio: la connessione tra energia ed economia. Abbiamo selezionato gli articoli migliori nella nostra bibliografia. Imprescindibile.
- Trading Economics, Indicatori economici e grafici che permettono di farsi un'idea della situazione economica di qualsiasi Paese del mondo, Italia compresa. Utilissimo.
- Wall Street Italia, News, dati e analisi dal mondo finanziario. Permette di vivere "dal di dentro" la situazione della finanza, che nell'immediato fa "scommesse" sul futuro, ma che con un paio di trimestri di ritardo tende a riflettere lo stato dell'economia reale.
- Charting The Economy, Grafici "freschi" relativi alla situazione economica degli Stati Uniti, che mostrano l'andamento di molti indicatori-chiave relativi a disoccupazione, debito, risparmio personale, utilizzo industriale, etc. Consiglio di guardare le più recenti 3 pagine di post anziché direttamente le categorie nel menù a destra. Interessante.
- Energy Bullettin del Post Carbon Institute. Argomenti vari correlati al picco del petrolio.
- The Oil Depletion Analysis Centre, ODAC. Promuove la divulgazione del problema.
- Housing Bubble Charts. Dati e grafici relativi all'esplosione della "bolla" immobiliare USA.