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lunedì 12 marzo 2012

L’energia solare catturata da 2.650 eliostati sostituisce il nucleare


Pubblicato il11 marzo 2012
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gemasolar torresol

Una torre alta 140 metri. 2.650 eliostati che seguono il percorso del Sole durante il giorno. Un campo riflettente di 304.750 m2 su 195 ettari. Una turbina con potenza elettrica nominale di 19MW. Una potenza termica di recezione di 120MWt, per una produzione elettrica di 110 GWh all’anno. Un sistema d’immagazzinamento del calore, che permette un’autonomia fino a 15 ore, per produrre energia anche di notte e quando la giornata è nuvolosa. Un risparmio di 30.000 tonnellate l’anno di emissioni di anidride carbonica. Una produzione di energia elettrica assicurata durante 6.500 ore l’anno.
Sono i dati di GEMASOLAR, la prima pianta solare al mondo che genera elettricità sfruttando il principio della concentrazione solare. Ideata e costruita a Siviglia, in Spagna, dall’impresaTORRESOL ENERGY (nata nel 2008, frutto dell’alleanza tra l’impresa spagnola SENER Grupo de Ingenieria S.A. e la compagnia MASDAR di Abu Dhabi, ndr), Gemasolar è solo l’inizio dello sviluppo della tecnologia che permetterà di sfruttare al massimo l’energia del Sole, la più solida alternativa alla necessità di costruire impianti nucleari in futuro.
Come funziona? I 2.650 eliostati riflettono la radiazione solare su un recettore posto in cima alla torre, eretta nel mezzo del campo solare, in cui circolano sali di nitrato fusi. Questi sali sono spinti da un deposito “freddo” (ad una temperatura di 290°) fino al recettore della torre, dove si scaldano ad una temperatura di 565° e poi ridiscendono in uno scambiatore di calore, dove, raffreddandosi, generano vapor acqueo e fanno muovere una turbina. La turbina muove un generatore elettrico, generando elettricità. L’energia prodotta dal generatore viene infine condotta ad un trasformatore ed immessa nella rete.
Quando la radiazione calorica solare ricevuta è più che sufficiente per coprire la domanda della turbina, parte dei sali si immagazzinano in un deposito “caldo”, capace di conservare il calore per poi riutilizzarlo in momenti di bassa radiazione solare. I sali immagazzinati s’incaricano, quindi, di cedere il calore conservato e continuare a generare energia elettrica. In questo modo, Gemasolar è capace di generare energia 24 ore al giorno, praticamente per tutto l’anno.
Fantastico, vero?! Ma non è tutto!
Torresol ha costruito anche altre due vere e proprie “valli solari”, nella provincia di San José della Valle (Cadice). Si tratta dei progetti “Valle 1” e “Valle 2”, 510.000 m2 di campo solare, per due piante da 50MW ciascuna, che immagazzinano l’energia della radiazione solare grazie a 90km di  collettori cilindro-parabolici (tecnologia SENERtrough®), nei quali è incorporato un sistema di immagazzinamento termico in sali, simile a quello utilizzato nell’impianto Gemasolar.
La radiazione raccolta viene concentrata in un tubo collettore centrale, all’interno del quale circola un olio termico, che viene così scaldato fino a circa 400°C. L’olio viene, quindi, trasportato in uno scambiatore termico dove scalda l’acqua, generando il vapor acqueo necessario per azionare la turbina ed il generatore d’elettricità. Quando c’è un eccesso d’energia, l’olio serve per scaldare i sali di nitrato ed immagazzinare il calore in depositi.
Ciascuna delle due piante solari, conta con un sistema d’immagazzinamento con 7 ore di capacità, utili a sostenere la stabilità della rete elettrica durante 4.000 ore l’anno ed a somministrare energia pulita e sicura ad oltre 40.000 case, evitando, inoltre, l’emissione annuale di circa 90.000 tonnellate di anidride carbonica.
Gemasolar e l’utilizzo della radiazione solare concentrata è quindi un’ulteriore prova di come lo sviluppo del nucleare sia solo la peggiore, più inquinante e pericolosa delle scelte possibili da parte dell’uomo per produrre energia.
Matteo Vitiello

martedì 14 febbraio 2012

Guerrilla Knitting: combattere il grigiore della città a colpi di…lavori a maglia!


- Marta Albè -
Il Guerrilla Knitting, un coloratissimo fenomeno di autoproduzione ed abbellimento dell’ambiente urbano, sta prendendo sempre più piede in Cornovaglia, grazie all’attività di un gruppo di signore, di età compresa tra i 49 e i 97 anni, che si dedicano al cucito al lavoro a maglia per realizzaredecorazioni utilizzate per agghindare spazi comuni quali parchi ed aree verdi, ma anche strade rurali e di paese, caratterizzate dalla presenza ad esempio di panchine, staccionate e pontili usurati dal tempo, che necessitano di un variopinto tocco femminile.
Al pari del Guerrilla Gardening, il Guerrilla Knitting ha lo scopo di salvare dal grigiore e dalla trascuratezza gli spazi comuni in cui i cittadini si trovano ogni giorno a transitare distrattamente, ad esempio per recarsi verso il loro luogo di lavoro. Il gruppo di donne attive in Cornovaglia tiene al momento a mantenere il più possibile segreta la propria identità e a garantire l’effetto sorpresa delle proprie missioni alla ricerca del luogo giusto in cui mettere in mostra una delle proprie creazioni.
E’ così che nel gelo dell’inverno il tronco di un albero spoglio viene avvolto e riscaldato da uno scialle azzurro, arricchito da decine di fiori dagli allegri colori o che una colonia di topini gialli e azzurri, realizzati a maglia, si dispone in fila indiana lungo un parapetto grigio ed un po’malandato.
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Il gruppo delle Guerrilla Knitters britanniche sta escogitando qualcosa di speciale in occasione delle prossime Olimpiadi e quasi certamente con alcune delle loro creazioni provvederanno a creare un’atmosfera romantica in occasione di San Valentino, festa che nel Regno unito è dedicata non soltanto agli innamorati, ma anche alla riscoperta degli affetti famigliari e ad attività dedicati ai più piccoli di casa, tra cui spiccano la realizzazione di lavoretti fai-da-te e di piccole rappresentazioni teatrali, oltre alla recita di poesie.
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I loro lavori sono sempre più apprezzati dalla stampa britannica, dalle quali vengono citate sempre più di frequente. La loro attività sta raggiungendo una notorietà anche sovranazionale grazie alla creazione di una pagina Facebook ad essa dedicata, che conta già oltre 1500 sostenitori, che ne animano la bacheca con i loro commenti di apprezzamento. Il mese scorso si sono fatte notare anche a New York in occasione di una prestigiosa mostra di maglieria
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Le donne del gruppo sferruzzano durante il giorno, ma è dopo il tramonto che entrano in azione, in modo che i loro concittadini possano sorridere al risveglio trovandosi di fronte ad una delle loro sorprese: dei pon pon appesi ai rami degli alberi come piccoli frutti o lungo le cancellate, delle statue decorate da sciarpe e cappelli o bizzarri animaletti agli angoli delle strade. Piccoli, grandi, esempi di creatività, sintomo di un ritrovato desiderio di buonumore e di una voglia di fare che non muore mai.



Tratto da: Guerrilla Knitting: combattere il grigiore della città a colpi di…lavori a maglia! | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/02/14/guerrilla-knitting-combattere-il-grigiore-della-citta-a-colpi-di-lavori-a-maglia/#ixzz1mMME2EVe
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 







Ogni tanto nel turbinio delle mie letture masochistiche m'imbatto in qualcosa di strano e divertente, come quest'articolo che mi fa riflettere su come la leggerezza, la semplicità a volte siano stupefacentemente belle.
Tifo per le nonnine rivoluzionarie che chiazzano di colore il grigiume quotidiano

sabato 24 aprile 2010

I bucanieri del Terzo millennio




















I bucanieri del Terzo Millennio sono una minaccia per l'ambiente, la sicurezza e la neutralità del mare internazionale. Autodifesa dei singoli Stati o risposta della Comunità Internazionale? I quesiti del mare libero.

Vengono definite «acque internazionali», Ugo Grozio, che ne fu uno dei principali teorizzatori, le chiamava «mare libero», sono i grandi spazi marini al di fuori delle acque territoriali dei singoli Stati nei quali vige la libertà di navigazione di ciascun Paese. Tale principio è stato ripreso dalle più importanti convenzioni internazionali che si sono preoccupate per lo più di regolarne l’utilizzazione e una equa spartizione delle risorse ittiche e del sottosuolo. Ma oggi la neutralità/libertà degli oceani è compromessa da minacce globali, prime fra tutte quelle ambientali come le immense isole di plastica galleggiante (v. Nicolò Carnimeo, Oceani di plastica, in Limes n. Il clima del G2) o quelle relative alla sicurezza, terrorismo e pirateria.




I bucanieri del Terzo millennio hanno compreso la fragilità del nostro sistema economico legato ai trasporti marittimi e di fatto sono divenuti padroni del «mare libero», (Golfo di Aden e grandi porzioni dell’Oceano Indiano) senza che le flotte dei singoli Paesi – anche in collaborazione tra loro - possano riuscire ad arginare efficacemente il fenomeno. Ma le recenti dichiarazioni all’agenzia Reuters dell’Ammiraglio Mark Fitzgerald, comandante in capo della flotta statunitense per l’Europa e l’Africa assomigliano quasi ad una dichiarazione di resa.


Egli ritiene che se anche l’impegno navale dovesse duplicare, e senza considerare le enormi spese a cui si andrebbe incontro, non si potrebbe garantire la sicurezza della flotta mercantile mondiale. Le conclusioni sono che ogni nave o armatore deve attrezzarsi per difendersi autonomamente. Gli oceani rischiano così di trasformarsi in un nuovo Far West dove più che quello di libertà vige il principio di autodifesa. Viene raccomandato l’utilizzo di guardie private a bordo. Né si può pretendere, conclude l’Ammiraglio che gli Stati Uniti possano farsi carico da soli di questo problema visto che sono già impegnati su altri fronti.



L’International Maritime Bureau (istituzione diretta emanazione della Camera di Commercio Internazionale) è da sempre contrario alla militarizzazione di cargo e tanker, le statistiche dimostrano che vi sono conseguenze, soprattutto in termini di vite umane. Una posizione simile ha anche la Confitarma ribadita in più occasioni pubbliche. Sono, però, stati presentati nel nostro Parlamento alcuni disegni di legge l’ultimo il 14 aprile (a firma dei deputati del Pdl Scandroglio, Cassinelli, Berruti, Nola) i quali prevedono la possibilità di utilizzare guardie armate sui mercantili.

L’Italia seguirebbe così l’esempio della Spagna che ha previsto la presenza di guardie armate a bordo della sua flotta tonniera di pescherecci che opera al largo delle Seychelles, soluzione adottata anche dalla Francia che, però, ha preferito inviare truppe speciali della propria Marina.





La presenza di uomini armati sui pescherecci (vale bene ribadire soluzione adottata solo per Seychelles) in diverse occasioni ha portato dei buoni risultati, ma il rischio è sempre quello che si aumenti l’intensità del conflitto, lo dimostrano le recenti dichiarazioni di Vicente de la Cruz, presidente dell’associazione spagnola Ases (Spanish Association of Escorts) il quale riferisce che negli ultimi attacchi i pirati somali hanno utilizzato armi pesanti provenienti dall’ex Unione Sovietica (Kpv 14.5) che consentono di fare fuoco su una nave a due miglia di distanza e sono facilmente rintracciabili nel mercato nero delle armi in Somalia.



De la Cruz prevede di negoziare con le autorità governative delle Seychelles l’uso a bordo di pescherecci di armi simili, indica il 1270 Browning. A cosa potrà portare questa corsa agli armamenti? E cosa accadrebbe se i provvedimenti dovessero estendersi all’intera flotta mercantile e non solo a quella peschereccia? E in ultima istanza chi deve farsi carico della difesa dei mercantili, che sono «pezzi» naviganti dello Stato a cui appartengono?


Non è facile rispondere a questi quesiti specialmente nelle more di una emergenza quale è la pirateria, ma si può affermare che oggi l’intera comunità internazionale in un principio di leale, necessaria, collaborazione dividendo gli oneri debba avere nuova considerazione e farsi carico del «mare libero» perché esso rappresenta patrimonio e spazio di libertà dell’intera umanità. Chissà che il mare ancora una volta non ci indichi la giusta rotta.


Nicolò Carnimeo è giornalista e scrittore. Insegna Diritto della navigazione all'Università di Bari. E' autore del libro
“Nei mari dei pirati” (Longanesi) sul fenomeno della pirateria a livello mondiale e che narra delle sue ricerche a bordo di cargo petroliere e barche da diporto.


L’idea di questa nuova rubrica di Limesonline non risiede solo nell’attualità dell’argomento, ma nel convincimento che gli episodi di moderna pirateria risultino essere una straordinaria chiave di lettura delle attuali dinamiche geopolitiche. Queste pagine potranno alimentarsi anche grazie ad uno scambio di esperienze e informazioni di chiunque vada per mare o si occupi dell’argomento e che è invitato sin d’ora a scrivere all'autore (nicolocarnimeo@gmail.com)

di Nicolò Carnimeo
Fonte: liMes


lunedì 12 ottobre 2009

Non solo cattive notizie

Inventore trasforma aria in acqua

Puo' produrre tra i 70 e i 200 litri d'acqua al giorno

09 ottobre, 21:51
(ANSA) - PARIGI, 9 OTT - Un francese e' riuscito a trasformare l'aria in acqua. L'invenzione e' di Marc Parent, 43 anni, piccolo imprenditore di Sainte-Tulle. Consiste in una classica turbina eolica che, pero', in piu', recupera l'umidita' dell'aria, per trasformarla in acqua potabile.

Alcuni filtri trasformano l'acqua dell'aria in acqua potabile. Un semplice rubinetto permette poi di recuperarla. La macchina, secondo l'inventore, puo' produrre tra i 70 ed i 200 litri d'acqua al giorno.

domenica 4 ottobre 2009

Il guardiano silenzioso


di Marco Cedolin

Gli investimenti in armi e dotazioni militari non riguardano più solamente gli equipaggiamenti destinati al confronto con un nemico “in divisa”, al contrario soprattutto negli ultimi anni si stanno moltiplicando gli sforzi economici destinati a fronteggiare un altro tipo di nemico, considerato in propensione futura evidentemente ben più pericoloso di un esercito belligerante. I contestatori, i manifestanti che ben presto potrebbero riempire le piazze, i cittadini che rimasti senza lavoro e senza prospettive potrebbero passare dal mugugno alla protesta attiva, sembrano infatti preoccupare un po’ tutti i governi (o se preferite il governo unico che regola l’ordine mondiale) che si stanno affrettando ad “acquistare” le opportune contromisure per fronteggiarli.

Il nuovo cannone sonoro LRAD, usato nei giorni scorsi dalla polizia americana nei confronti dei contestatori del recenteG20 a Pittsburg, al quale il quotidiano Repubblica dedica un lungo articolo, rappresenta solo una delle nuove armi definite “non letali” che potrebbero aiutare la polizia nel mantenere l’ordine pubblico, anche nella prospettiva di situazioni particolarmente difficili come potrebbero essere quelle degli anni a venire. Progettato dall’'American Technology Corporation il nuovo cannone a forma di antenna parabolica (fino ad oggi utilizzato negli scontri bellici veri e propri) ...


... qualora usato al massimo della sua potenza, può raggiungere un livello di pressione sonora tale da superare la soglia del dolore e danneggiare in maniera permanente il sistema uditivo umano, provocando inoltre soffocamento, nausea e vomito.

Oltre al cannone in oggetto, di armi potenzialmente“non letali” ne esistono in realtà molte, alcune già in dotazione presso le forze di polizia di svariati paesi, altre ancora nella fase di sperimentazione.

A questo proposito è curioso osservare come in una missiva destinata da alcuni sindacati di polizia al ministro dell’Interno nello scorso mese di luglio, venissero manifestate tutta una serie di richieste, aventi per oggetto proprio la dotazione di nuove armi “non letali” da destinare al mantenimento dell’ordine pubblico. Fra di esse venivano elencate nell’ordine:

Sfollagente elettrico che sprigiona una scarica fra 50.000 e 900.000 volt, in base ai modelli. Si aziona con un pulsante e, in un quarto di secondo, fa contrarre i muscoli, mentre da 1 a 5 si cade semiparalizzati per 7 minuti. Costa 80 Euro e si alimenta con 2 normali pile.

Proiettili di gomma che un’apposita pistola spara fino a 50 m, costituiti da cartucce in gommapiuma che si deformano all’impatto senza penetrare la pelle. Costo dell’arma 292 Euro. In Francia si sottolinea essere in dotazione ai Gruppi d’intervento della Polizia Nazionale e alle Brigate anti-criminali. Esistono pure apparecchi fissi, come il Modular Crowd control, con potenza di 600 colpi in successione per disperdere grandi assembramenti e frazioni di folla violenta.

Nuovi cannoni ad acqua controllati con un joystick dall’interno del veicolo. Sparano 15 litri al secondo a 30 bar. Con l’aggiunta di additivi l’acqua può anche venire elettrificata (per il comprensibile piacere dei cittadini in protesta) o colorata per facilitare l’individuazione e l’arresto dei facinorosi.

Spray irritante che acceca per 30 minuti, fino a 4 metri. Alcune bombolette contengono gel paralizzante al pepe. In Italia, col principio attivo al 10%, è legale anche l’uso e costano 32 Euro l’una.

Guardiano silenzioso, costituito da un raggio a microonde da 95 giga hertz, sparato dalle camionette con una parabolica manovrabile (sorella di quella del cannone sonoro). Alza a 54 gradi la temperatura della pelle fino a 500 m, senza ustionare, provocando una fuga istantanea.

Pistole elettriche (laser) consistenti in due freccette a filo che si piantano nei vestiti dando uno shock da 50.000 v. Negli USA sono già in dotazione a 9800 dipartimenti di Polizia su 18000. In Gran Bretagna vengono usate dalla Metropolitan Police.

Armi acustiche; portatili o su jeep, che colpiscono le funzioni motorie attraverso l’emissione di infrasuoni a bassa frequenza;

Negtun, consistente in una rete che viene sparata ad aria compressa sul bersaglio, al fine di immobilizzarlo.

Nuovi blindati rg12, gli unici veicoli antigranate per l’ordine pubblico, nel 2005 l’Arma dei Carabinieri ne ordinò 30 in Sud Africa al costo di 10 milioni di dollari l’uno.

Tempi duri dunque nell’immediato futuro per chiunque abbia la “malaugurata” idea di scendere in strada a protestare, magari contro la costruzione di un nuovo inceneritore, di una galleria del TAV o di una centrale turbogas, ma anche per difendere i propri diritti ed il proprio posto di lavoro vaporizzatosi per effetto della globalizzazione. Tempi duri per tutti i cittadini “scontenti” che si troveranno a confrontarsi con un vero e proprio “armamentario da guerra”, destinato ad annichilire le loro pretese, ben prima che queste possano diventare anche solo potenzialmente pericolose.

Marco Cedolin
Fonte

http://ilcorrosivo.blogspot.com/
http://marcocedolin.blogspot.com/

venerdì 2 ottobre 2009

USA crolla il gettito fiscale

mercoledì 30 settembre 2009

USA: crollo del gettito fiscale


Ieri il WSJ ha riportato un'interessante tabella che mostra stato per stato il crollo del gettito fiscale negli USA (2° trimestre 2009).
Come potete immaginare questo dato è molto importante perchè non è soggetto ad interpretazioni, imbellettamenti o vizi metodologici.
Analizzando l'andamento del gettito fiscale possiamo per esempio fare deduzioni sull'effettivo livello della disoccupazione: infatti va ricordato che il famoso rapporto occupazionale del BLS è basato su un semplice sondaggio e come tutti i sondaggi è basato su scelte metodologiche che possono influire pesantemente sul risultato finale (vedi per es. Disoccupazione USA: filtro U3 e filtro U6...).
Sempre dal dato del gettito possiamo fare deduzioni sul livello dei salari e delle entrate dei consumatori, sul livello delle vendite etc etc
Insomma le Tax Revenues sono un imparziale termometro della Crisi, una miniera di informazioni applicabili ad altri indicatori in modo oggettivo: per questo non se le fila nessuno....
P.S. In Italia questo dato è virtualmente inutile perchè rappresenta sostanzialmente il livello di evasione fiscale piuttosto che il livello della Crisi....;)

Nel secondo trimestre 2009 il livello medio del gettito fiscale per Stato negli USA è crollato del 17% rispetto allo stesso periodo del 2008.
Siamo di fronte al maggiore calo dal 1960.
Il gettito sulle entrate individuali (individual income) è crollato del -28% a causa della disoccupazione o della sotto-occupazione, ripeto -28% (!) quasi 1/3 in meno....
Il gettito sulle vendite (sales) è sceso sensibilmente del -9% a causa della contrazione nei consumi.
Questi dati evidenziano come continui il crollo delle entrate fiscali negli Stati USA a causa delle recessione, in barba ai programmi federali di stimoli ed ai primi segnali di ripresa.
Questo crollo comporta enormi problemi nel far quadrare i bilanci, costringendo gli Stati a tagli di spesa anche drammatici nei servizi erogati, all'incremento delle tasse o all'introduzioni di nuovi balzelli.
Leggevo che s'incrementa addiritttura il costo delle licenze di pesca...per la serie "raschiamo il fondo del barile"...
Questo periodo di "magra" nel gettito fiscale degli stati si protrarrà anche nei prossimi trimestri a causa dell'elevato e persistente livello di disoccupazione (individual income taxes) ed a causa del basso e stagnante livello di consumi (sales taxes).

Molto interessante notare come il gettito sugli utili delle aziende (Corporate income taxes) sia cresciuto del +3% mentre il gettito sulle entrate individuali sia crollato in alcuni stati addirittura del -36%: lascio trarre a voi le conclusioni del caso...;)
Nota: le Corporate income taxes influiscono solo minimamente sul gettito degli Stati.

Vedi l'articolo di analisi della tabella qui (in inglese).

Se mettiamo in correlazione il crollo del gettito con il boom del debito pubblico americano e con "l'allegra politica" di deficit spending dell'amministrazione Obama...beh meglio non pensarci...;)

State Total 2009 tax revenue (in dollars) Change in total taxes from 2008 Change in sales taxes from 2008 Change in individual income taxes from 2008
U.S. Total 199,725,107 -17% -9% -27%
Alabama 2,130,092 -13% -10% -24%
Alaska 596,754 -87% N/A N/A
Arizona 2,562,395 -27% -27% -44%
Arkansas 2,103,330 -5% -8% -13%
California 33,544,129 -14% -10% -33%
Colorado 2,333,248 -24% -14% -30%
Connecticut 3,618,740 -20% -9% -27%
Delaware 773,047 -25% N/A -36%
Florida 8,228,366 -12% -13% N/A
Georgia 4,178,469 -17% -11% -19%
Hawaii 1,145,002 -16% -8% -34%
Idaho 922,192 -21% -14% -29%
Illinois 7,697,097 -12% -10% -24%
Indiana 4,106,673 -10% -5% -18%
Iowa 1,827,461 -9% 6% -16%
Kansas 1,911,819 -15% -2% -17%
Kentucky 2,555,914 -8% -3% -17%
Louisiana 2,613,195 -18% -11% -16%
Maine 1,151,649 -15% -7% -27%
Maryland 4,896,343 -17% -9% -27%
Massachusetts 5,420,143 -19% -9% -27%
Michigan 5,768,785 -7% 12% -23%
Minnesota 5,009,478 -13% -5% -24%
Mississippi 1,831,891 -9% -8% -10%
Missouri 2,752,244 -17% -9% -25%
Montana 729,607 -18% N/A -22%
Nebraska 1,063,323 -13% -9% -15%
Nevada 2,367,012 -6% -18% N/A
New Hampshire 484,865 -10% N/A -31%
New Jersey 9,359,609 -15% -9% -27%
New Mexico 1,077,605 -31% -15% -59%
New York 14,079,442 -22% -9% -31%
North Carolina 5,380,022 -22% -8% -36%
North Dakota 612,734 -16% -4% 12%
Ohio 6,822,340 -15% -9% -25%
Oklahoma 1,902,249 -22% -5% -18%
Oregon 2,025,638 -27% N/A -30%
Pennsylvania 7,904,008 -13% -8% -20%
Rhode Island 771,955 -9% -6% -17%
South Carolina 2,261,527 -21% -14% -29%
South Dakota 279,699 -1% 15% N/A
Tennessee 3,097,435 -11% -10% -26%
Texas 12,293,040 -12% -6% N/A
Utah 1,600,094 -16% -9% -27%
Vermont 1,209,578 2% -6% -29%
Virginia 4,748,221 -15% -10% -20%
Washington 3,996,157 -8% -9% N/A
West Virginia 1,273,875 -4% -2% 2%
Wisconsin 3,904,648 -24% -34% -32%
Wyoming 801,968 -5% -13% N/A
Washington D.C. 1,369,161 -5% -9% -25%
Source: Census Bureau
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Nuova disciplina olimpionica: il lancio della scarpa

MI, scarpa istanbul e l'onda anomala della disoccupazione in EU

fmi scarpa isatnbul strauss kahnFMI, scarpa a Istanbul

Dominique Strauss-Kahn, capo del FMI, continua con le sue pompose dichiarazioni a sostenere che la ripresa sarà nel 2010, anzi, è iniziata.

Molto spazio sui media è stato dedicato all'ennesimo gesto di disprezzo verso un esponenete dei poteri globali: questa volta il lancio della scarpa è toccato ad uno studente turco a Istanbul.

Anche questa volta il lancio non è andato a segno ed ha colpito, ahimè, un incolpevole studente nelle prime file.







Meno spazio invece ha ottenuto la news sulla disoccupazione nell'Unione Europea.
Swissinfo, sempre puntuale, ci informa che l'onda anomala della disoccupazione si è abbattuta in eurolandia.



Disoccupazione eurolandia 9,6%, record da 10 anni

BRUXELLES - La disoccupazione continua a salire segnando un nuovo record negativo: nei sedici Paesi dell' area dell'euro, in agosto, è arrivata al 9,6%, un livello mai raggiunto dal marzo 1999, con più di 15 milioni di persone senza lavoro.

Un allarme subito raccolto (sic, NDFC) dal commissario Ue agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, che ha ammonito di evitare che il fenomeno diventi strutturale e l'abuso di piani di prepensionamento che 'mettano a riposo' poco più che cinquantenni.

Mese dopo mese i dati forniti da Eurostat, l'ufficio europeo di statistica, continuano la corsa verso l'alto: in Eurolandia a luglio il tasso era stato del 9,5% e nell'agosto di un anno fa era al 7,6%. In un solo mese, in numeri assoluti, 165 mila persone in più si sono trovate senza occupazione.

La situazione non si discosta molto neppure nell'intera Unione europea, dove il tasso di disoccupazione ad agosto è stato del 9,1% contro il 9% di luglio ed il 7,5% di un anno fa. In agosto, nell'Ue, erano disoccupate 21,8 milioni di persone. In un anno sono andati in fumo più di 5 milioni di posti di lavoro.

"Bisogna evitare che nel lungo termine la disoccupazione diventi strutturale", è stato il monito del commissario Ue agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, che, a Goteborg, al termine dei lavori dei ministri dell'Eurogruppo, ha puntato l'accento anche sulla necessità di migliorare i meccanismi e gli incentivi per evitare i piani di prepensionamento, in modo da "facilitare la permanenza al lavoro degli over 55".

I ministri, nel corso della riunione, si sono focalizzati sulla necessità di dare un impulso alle riforme del mercato del lavoro e mettere in campo incentivi per aumentare i livelli di occupazione. Un'esigenza che le cifre dell'ufficio di statistica evidenziano in tutti gli Stati Ue: in anno la disoccupazione è aumentata ovunque, pur passando dal 3,5% registrato in agosto dall'Olanda - il Paese con il tasso più basso - fino al 18,9% della Spagna che resta maglia nera.

Per l'Italia Eurostat riporta solo i dati relativi al secondo trimestre dell'anno (7,4%). In Francia il tasso è passato dal 9,7% di luglio al 9,9% di agosto, mentre in Germania è rimasto stabile al 7,7%.

In un anno, gli uomini disoccupati sono saliti dal 7% al 9,4% nella zona dell'euro e dal 6,7% al 9,1 nell'Unione europea. Le donne invece hanno visto un incremento dall'8,3% al 9,8% nella zona dell'euro e dal 7,5% al 9% nell'Ue-27. Resta a livelli molto elevati anche il tasso di disoccupati tra i giovani con meno di 25 anni: 19,7 in Eurolandia e 19,8% nell'Ue-27 ma arriva fino al 39,2% in Spagna.

Saluti felici e a breve con i risultati del sondaggio "come sarà il 2015"?

Felice Capretta
Ruminato da Felice Capretta

mercoledì 30 settembre 2009


Fottuti

“…proprio sopra di voi, che vivete tranquilli nella vostra coscienza di uomini giusti, che sfruttate la vitaper i vostri sporchi giochetti allora…allora…ammazzateci tutti!
Noi siamo qui, prigionieri del cielo come giovani indiani…risarciteci i cuori, noi siamo qui, senza terra né bandiera, aspettando qualcosa da fare che non porti ancora dei torroni a Natale…telegrammi «ci pensiamo noi»…condoglianze! condoglianze!”
Antonello Venditti – Canzone per Seveso – dall’album Ullalla – 1976.

E’ fin troppo facile prevedere il seguito della vicenda che i giornali relegano oramai in terza e quarta linea sulle loro pagine, tradizionali od elettroniche, perché la tragedia delle navi cariche di veleni, affondate dalla ‘ndrangheta, è il più grave attacco subito dall’Italia nel dopoguerra.
E’ facile perché in questo sciagurato Paese si ritiene che le notizie non siano tali se solo si riescono ad occultare, oppure a ridimensionare, ma non è così: quando Der Spiegel farà un servizio sulla vicenda, addio turismo tedesco. E la stessa cosa avverrà quando lo faranno i giornali inglesi, francesi e americani: siamo irrimediabilmente fottuti.
Per prima cosa voglio tracciare i confini di questo articolo, il quale non si occuperà delle indagini e dei retroscena – che sono tanti – della vicenda, giacché mi riprometto di farlo in un prossimo pezzo, che sarà necessariamente lungo (e che ho già iniziato a scrivere), il quale richiede molto lavoro di ricerca: per ora, fermiamoci all’evidente. Che è già tanto.

Partiamo da una riflessione: il mare non ha confini, sono gli uomini ad imporli.
Per questa ragione non ha nessun senso parlare di “tragedia calabrese”, poiché se è vero che il pentito Foti fu creduto soltanto quando i medici s’accorsero di una “impennata” dei tumori in quelle aree[1], è altrettanto vero che, per semplici principi chimico-fisici quali l’osmosi ed il prodotto di solubilità, quei veleni sono destinati a diffondesi non solo nel Tirreno, bensì nell’intero Mediterraneo. Comprendiamo che sia difficile da capire per la gran parte del pubblico, ma quelle navi rappresentano – per l’ambiente – il corrispettivo di una bomba atomica sganciata sulla Calabria, una sorta di fall-out che durerà secoli. E, questo, anche se non saranno ritrovate scorie radioattive.
La Procura competente – nemesi della Storia, il magistrato che se ne occupa si chiama Giordano Bruno – non ha nemmeno i soldi per far svolgere dettagliate ricerche, al fine di conoscere il contenuto di quei relitti.

Il Ministro Brunetta ha trovato, invece, 40.000 euro da consegnare a De Michelis, suo antico mentore nel PSI, per “consulenze” ed il vecchio “Unciòn" – come lo chiamano a Venezia, ossia “unto” (non certo dal Signore) bisunto, capello sporco, ecc – ha ricambiato comunicando che, stante la cifra, considerava il suo lavoro al Ministero come “volontariato”[2]. Noi, che per la metà di quei soldi lavoriamo tutti i giorni, ricambiamo ricordando come lo appellò Enzo Biagi: “un avanzo di balera”.
Per prima cosa, quindi, chiediamo al Governo, come misura immediata – ma anche a Walter Veltroni che si dice “molto allarmato” – di cacciare questo “pendaglio di storta” (è un chimico…) dal Ministero (se fosse possibile fare “ambo” con Brunetta, se non è chiedere troppo…), per consegnare quei 40.000 euro ad un rappresentante delle “élite di merda” – come definisce il nostro Brontolo veneziano chi ha ancora un cervello – e, specificatamente, nelle mani del magistrato competente. Meglio, con una cerimonia a Campo dei Fiori.
La dimensione della tragedia non è stata nemmeno avvertita dalla popolazione, poiché per “comprenderla” bisognerebbe sapere, e per sapere servono soldi, tanti soldi.

Partiamo da quello che sappiamo.
Foti parla di una trentina di navi affondate, di fronte ai litorali del Tirreno e dello Ionio (ma la “Anni” fu colata a picco in Adriatico), approssimativamente da La Spezia a Crotone, con prevalenza sulle coste calabre. Quanta roba c’è dentro a quelle navi?
Senza pretendere di cercare il pelo nell’uovo, possiamo affermare che per quei “lavori” furono utilizzati mercantili di non grande stazza, diciamo intorno alle 5.000 tonnellate. La tonnellata di stazza, però, non coincide con la comune unità di misura per la massa, giacché corrisponde a 100 piedi cubici anglosassoni, 2,83 m3 i quali, considerando per semplicità la densità dell’acqua pari ad uno, corrispondono ad una massa di 2,83 tonnellate. Chi vorrà una dettagliata esposizione, la troverà in nota[3].
E’ difficile fare una stima del carico trasportato, giacché non sappiamo se tutti gli spazi interni disponibili per il carico fossero stati utilizzati: il buon senso direbbe che, volendole usare come semplici “cassonetti” da affondare, le avessero riempite fino alla falchetta, ma non abbiamo prove.
Stiamo quindi “bassi” e conteniamo il carico a sole 3.000 tonnellate di peso: trenta navi – ma sono 180, secondo altre fonti, quelle “disperse” – fanno 90.000 tonnellate di materiali tossici disseminati in mare. Una montagna di robaccia.
Cosa ci può essere in quelle stive?

Non vorremmo che, in breve tempo, qualcuno rassicurasse: “Non ci sono scorie radioattive! Dormite sonni tranquilli!”, poiché il problema diverrebbe meno grave per un’inezia.
Quelle scorie, come ha affermato Foti, provenivano per la gran parte dalle industrie del Nord: quali sono gli scarti industriali che furono ritenuti così difficile da smaltire, al punto di rivolgersi ai mammasantissima?

1) Residui di verniciatura
2) Residui delle industrie galvaniche
3) Scarti dell’industria conciaria
4) Scarti dell’industria tessile e tintoria

Fermiamoci qui, anche se le tipologie saranno probabilmente molte di più, perché basta ed avanza.
I prodotti versati in mare sono, a questo punto, tantissimi e si deve tener presente un secondo dato: queste sostanze sono, a loro volta, reattive. Quindi, non possiamo sapere cos’abbiano generato dopo essere state immagazzinate alla rinfusa nei fusti, né le interazioni che possono essere intervenute – sono oramai decenni che sono in fondo al mare – con le strutture metalliche della nave e con l’ambiente marino (la salinità dell’acqua di mare, la pressione, ecc).
Insomma, là sotto c’è di tutto.
Per capire, almeno a grandi linee, cosa ci può essere partiamo dalle sostanze utilizzate per sintetizzare quei prodotti tecnici:

Metalli pesanti

Piombo: presente nelle comuni vernici di fondo in funzione antiruggine, usato per decenni (ricordate la classica “antiruggine” arancione?) in tutta l’industria, soprattutto in quella meccanica.

Cromo: è uno dei principali composti di vernici e sostanze coloranti (in greco, chroma, significa proprio colore), soprattutto nella forma esavalente (giallo ed arancio) mentre in quella trivalente è verde. Usatissimo nell’industria conciaria ed in quella metallurgica.

Mercurio: usato anch’esso per vernici e nell’industria farmaceutica. C’è da sperare che, siccome costa parecchio, le industrie cercassero di recuperarlo almeno in parte, così come per l’Argento dell’industria fotografica.

Rame: usato in agricoltura, ma certamente meno pericoloso e meno diffuso dei precedenti.

Stagno: usato per saldature in elettronica. Prodotto costoso, e c’è da sperare che proprio per questa ragione non sia presente in quantità significative.

Composti organici
La tipologia dei composti organici è vastissima, ci limiteremo al minimo:

Naftoli: usati per sintetizzare coloranti (vernici, tinture, ecc).

Ammine aromatiche: anch’essi adoperati per la sintesi dei coloranti. Entrambi causano il cancro alla vescica.

Altre sostanze

Solfati, Nitrati, Cloruri: Zolfo, Azoto e Cloro costituiscono, con l’Idrogeno e l’Ossigeno, gli acidi minerali più usati e conosciuti. Per loro natura non sono molto inquinanti, ma è difficile prevedere quali composti possano generare se lasciati, per anni e sotto pressione, in “compagnia” di un “pudding” di molecole organiche.

Cianuri: usati nel processi galvanici e di cromatura. Basta il nome.

Ci rendiamo conto che la trattazione è assai esigua (diserbanti, fitofarmaci, idrocarburi, ecc) ma ciò basta ed avanza per comprendere il problema: tutte queste sostanze, se entrano in contatto con organismi biologici, causano interazioni gravissime, che si manifestano con malattie della pelle e degli organi interni, malattie nervose e tumori.
Di più: non dimentichiamo che i molluschi, e gli organismi bentonici in genere, tendono a concentrare nei loro liquidi biologici sali tratti dall’acqua marina. Noi, mettiamo loro “a disposizione” il peggior campionario di veleni che si possa concepire: immaginate i risultati.

La catena biologica dei mari italiani è quindi definitivamente compromessa giacché, quelle 90.000 tonnellate delle peggiori schifezze, s’espanderanno lentamente: non è detto che l’Italia non si ritrovi, domani, al centro di costosissime richieste di risarcimento da parte degli altri Paesi rivieraschi.
Siccome il mare non ha confini, e la catena alimentare marina tende ad espandere ciò che è concentrato in un punto, nessuno sarà più certo di non “beccarsi” un pesce che contenga quella robaccia. Personalmente, mangerò soltanto più pesce congelato di sicura provenienza atlantica.
Perché si è giunti a questo punto?

Sicuramente perché il profitto è alla base del crimine: ovunque e chiunque possa sperare di farla franca, risparmierà denaro fregandosene della salute altrui. Non è nemmeno il caso d’approfondire.
Alla base di tutto, però, c’è una generale e diffusa ignoranza da parte della classe politica: sanno pochissimo di queste cose, e quando si trovano di fronte a problemi del genere stentano a comprenderli. Nominano “esperti” per ricevere lumi, si stendono inutilmente chilometriche relazioni, quando il dato è semplice. Solo a volerlo osservare nella sua crudezza.
Ci sono precedenti storici?

In Italia, per moltissimi anni, il Lago d’Orta (Piemonte) fu completamente sterile dal punto di vista biologico: gli scarichi della Bemberg (fibre tessili artificiali), ricchi di Rame, uccisero tutte le forme di vita. Solo dopo anni, s’ottenne finalmente che lo stabilimento fosse dotato dei più moderni ritrovati tecnici per la depurazione dei fanghi in uscita. Oggi, la situazione è decisamente migliorata e sono tornati i pescatori.
Il lago d’Orta, però, è un bacino ristretto, dove fu possibile pianificare gli interventi: mica una “sepoltura” a casaccio in tutti i mari d’Italia.
Un evento che fa invece gelare il sangue è quello di Minamata, in Giappone: nel dopoguerra, nella baia di Minamata, iniziò una catena di morti sospette. Nel 1956, si resero conto che la ragione erano gli scarichi (contenenti principalmente Mercurio) di un’azienda chimica. La “svista” causò 2.265 vittime e 1.784 morti[4].
Cosa possiamo attenderci?

Non è allarmismo ingiustificato e nemmeno spregio della Patria affermare che la situazione non è gravissima: è tragica. Se i giornali stranieri non minimizzeranno come i nostri, non sarà per una sorta di “italianofobia”: avranno soltanto ragione.
Possiamo continuare tranquillamente a mangiare il pesce pescato nei mari italiani? Portare i nostri figli al mare? Riflettiamo che una concentrazione, anche minima, di metalli pesanti nell’acqua genera danni biologici.
Chi avrà il coraggio di sospendere cautelativamente (ma totalmente!) la pesca, almeno nelle regioni colpite da questo crimine? Chi darà ancora le “Bandiere Blu”? Siamo invece certi che prevarrà la logica del voto e del “lavoro”, poiché il danno generato è incommensurabile. Insomma, dovremo accettare d’essere avvelenati giorno dopo giorno: ci chiediamo come faranno, da domani, Sgarbi ed i paladini di Italia Nostra a portare avanti la loro crociata contro gli aerogeneratori, che “distruggono le nostre coste”. Ci hanno già pensato altri.

Il problema poteva essere risolto in altro modo?
Alla base di tutto, come ricordavamo, ci sono due fattori: il profitto e l’ignoranza.
Se il primo non può essere, almeno a breve termine (cosa che, personalmente, gradirei) eliminato, la seconda sì.
Da anni studiosi, tecnici, scrittori e giornalisti avvertono che con l’incenerimento dei rifiuti non si distrugge nulla: le sostanze inquinanti cambiano semplicemente forma e s’espandono nell’atmosfera.
Così è per il mare (e per le discariche): se non si giunge a comprendere che, come abbiamo costruito, così dobbiamo demolire quel che scartiamo, le tragedie come queste si ripeteranno. Anche se, per come stanno le cose, oramai siamo alla frutta.
Considerare quel “pudding” di sostanze alla stregua del petrolio greggio, e quindi recuperare sostanze mediante processi di cracking per poi riutilizzarle, sarebbe possibile se, solo, s’investisse nella ricerca. Ma, noi, usiamo la ricerca solo come fonte di “posti” per i figli dei notabili, com’è stato ampiamente dimostrato[5].

Se qualcuno pensasse “in qualche modo le tireremo su”, si metta tranquillo: il recupero di grandi navi su alti fondali è solo roba per Hollywood. Fosse solo una pilotina, a 500 metri sarebbe già un problema: figuriamoci quelle affondate a 1.000 metri e più! Nemmeno da pensare.
Inoltre, anche spiccando un salto nella fantascienza, durante la risalita perderebbero il carico: niente da fare.
Dopo l’affondamento dell’Andrea Doria, nel 1956, si pensò di recuperala ma i costi furono considerati proibitivi: l’Andrea Doria, però, ha la chiglia a meno di 100 metri dalla superficie!
Inoltre, questi bei affondatori di veleni, non le hanno colate a picco con il sistema tradizionale, ossia aprendo le valvole a mare (i cosiddetti Kingston): troppa fatica. Come ha confessato Foti, piazzavano trenta chili d’esplosivo a prua e le facevano saltare.
Se, anche, per un caso dei casi, potessero essere recuperate immettendo aria nello scafo, le falle non consentirebbero di raggiungere una spinta positiva. Ma, lo ripeto, è una pura ipotesi “di scuola”.

Molto probabilmente, cercano di minimizzare il fatto – ossia che i mari italiani sono irrimediabilmente avvelenati – perché non sanno che pesci (sic!) pigliare: affidano i titoli di testa alle solite beghe, dalle escort alla RAI, perché un Ministro come la Prestigiacomo non ha assolutamente le capacità d’affrontare un simile scempio. Come sempre, s’adotta la strategia dello struzzo.
L’unica ipotesi – ma, sottolineo, è tutta da verificare – potrebbe essere quella di metterle in sicurezza ricoprendole di teli impermeabili e poi “sigillarle” con un “sarcofago” di materiale inerte. Ripeto: è soltanto un’ipotesi (data la profondità) e bisognerebbe scomodare le “teste pensanti” dell’ingegneria e della ricerca italiana, magari proprio i ricercatori universitari. Sono anch’essi “élite di merda”, Brunetta?

Cosa si dovrebbe fare?
Per prima cosa sospendere totalmente la pesca e la balneazione ovunque ci sia solamente il sentore di una nave affondata: chi avrà il coraggio di farlo?
In seconda battuta, chiamare rapidamente le migliori menti che abbiamo (e ci sono…) in Ansaldo, OTO Melara, Italcantieri, FIAT, ecc, e domandare loro se esiste una sola ipotesi d’arrestare la dissoluzione di quei carichi nell’acqua marina.
Come atto simbolico – come ricordavamo – sarebbe d’uopo rimandare il “veneziano da balera” a casa e consegnare al magistrato competente quei 40.000 euro: sarebbe soltanto un simbolo, ma sarebbe ugualmente importante.
Da ultimo, riflettiamo che le operazioni militari italiane all’estero sono ben 30, che assorbono 8730 militari[6] e risorse per svariati miliardi di euro (parecchi camuffati nelle “pieghe” dei bilanci): ad Ottobre, ci sarà il voto per il ri-finanziamento.
Cos’è dunque l’Italia?

Siamo un Paese che spende miliardi di euro per discutibili (uso un eufemismo…) interventi a casa d’altri, mentre è impestato da un cancro ancor peggiore: di certo, lo Stato italiano non governa un terzo del Paese!
Siamo, quindi – seguendo proprio la loro logica – messi ancor peggio di Karzai!
Potremmo chiedere il dispiegamento nel Sud di una forza multinazionale, oppure richiamare i nostri ragazzi da missioni impossibili, pericolose e senza costrutto per mandarli a presidiare il nostro territorio, perché ne abbiamo un gran bisogno.
Qualcuno potrà ribadire che le mafie non si combattono più con il presidio del territorio, giacché hanno assunto dimensione nazionale ed internazionale: ciò è vero – e serve dunque l’attività d’intelligence – ma solo in parte.
Le mafie hanno bisogno del controllo del territorio, perché la droga si raffina nei laboratori clandestini, le armi s’immagazzinano nell’attesa d’essere vendute, il “pizzo” non viene chiesto a Stoccolma, bensì da Roma in giù. Questa vicenda ne è la dimostrazione lampante.
Bisognerebbe anche avvertire i mammasantissima in carcere che, qualora qualcuno torcesse anche solo un capello di quei ragazzi, potrebbe essere messo in atto nei loro confronti non il "41-bis", ma il “metodo Stammheim”.
Se, invece, credete che queste siano soltanto fanfaluche, domani comprate un bel branzino, fatelo “al sale” e mangiatelo allegramente, come se niente fosse. Oppure, datelo al gatto del vicino: ma solo se lo odiate.
Articolo liberamente riproducibile, previa citazione della fonte.

[1] Fonte: http://www.terranauta.it/a1052/rifiuti_e_riciclo/navi_dei_veleni_in_calabria_rifiuti_radioattivi_provocano_decine_di_morti.html
[2] Fonte : http://www.corriere.it/politica/09_settembre_23/demichelis_57f058c4-a803-11de-94a2-00144f02aabc.shtml
[3] Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Stazza
[4] Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Malattia_di_Minamata
[5] Vedi: http://www.clandestinoweb.com/box-focus/182631-ricercatore-denuncia-pressioni-gelmini-malcostume-indag.html e http://www.unica.it/pub/7/show.jsp?id=9263&iso=96&is=7
[6] Fonte: http://www.difesa.it/Operazioni+Militari/Riepilogo_missioni_attività_internazionali_in_corso/