giovedì 15 ottobre 2009
Unicef: un milione e mezzo di bambini muore ogni anno per diarrea
Ginevra, 14 ott. (Apcom) - Quasi un milione e mezzo di bambini con meno di cinque anni muore ogni anno di diarrea, seconda causa di mortalità infantile dopo la polmonite. E' quanto emerge da un rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef) e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). "Questi dati del 2007 mostrano un'evoluzione ridotta. Ma questa diminuzione è principalmente dovuta al calo della mortalità complessiva dei bambini con meno di cinque anni, che è passata da 10,4 milioni nel 2004 a 8,9 milioni nel 2007", ha spiegato un responsabile dell'Oms, il medico Olivier Fontaine. Nel 2004 il numero di decessi provocati dalla diarrea nei bambini si attestava a quasi due milioni. "Ciò che è inquietante è vedere che le nostre attività di informazione non hanno effetto poiché il contributo relativo della diarrea alla mortalità totale non è cambiato durante questi ultimi anni", ha proseguito Fontaine. Le infezioni diarroiche, diffuse dalle acque sporche, sono all'origine di circa il 18 per cento dei decessi di bambini nel mondo. Inoltre, malgrado gli sforzi compiuti dalle organizzazioni umanitarie, la diarrea resta la seconda causa di morte nei più giovani. Tuttavia "esistono trattamenti efficaci e poco costosi ma, nei Paesi in via di sviluppo, soltanto il 39 per cento dei bambini colpiti da diarrea riceve cure preventive", si è lamentato il direttore generale dell'Unicef, Ann Veneman.
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Per la prima volta dal '73 sono stati superati gli obiettivi di nuove reclute
Usa, boom di arruolamenti nell'esercito
La crisi economica e le prospettive dei bonus economici spingono molti giovani americani a imbracciare le armi
dal nostro corrispondente PAOLO VALENTINO
Soldati americani durante un
pattugliamento in Afghanistan (Reuters)
WASHINGTON – La crisi dell’economia sorride all’esercito degli Stati Uniti. La disoccupazione più alta degli ultimi 26 anni spinge ai massimi storici anche i livelli di arruolamento nelle forze militari Usa, che per la prima volta dal 1973, quando fu introdotta la leva volontaria, centrano e superano gli obiettivi annuali del reclutamento. Spinti anche dai sostanziosi incentivi economici concessi dal Pentagono, decine di migliaia di giovani americani hanno scelto d’indossare l’uniforme, nonostante la quasi certezza di partire in guerra.
RECESSIONE E ARRUOLAMENTI - «Siamo andati ben oltre le più ottimistiche attese in tutte le componenti militari, attive e di riserva, superando sia i livelli quantitativi che quelli di qualità», ha detto il sottosegretario alla Difesa, Bill Carr, nel dare l’annuncio. Carr ha ammesso che la recessione e il numero record di disoccupati abbiano fatto da traino principale, ma ha ricordato anche il ruolo della campagna pubblicitaria lanciata dal Pentagono e il sistema dei bonus. In cifre, il Dipartimento della Difesa ha infatti speso in media 10 mila dollari di marketing per ognuno dei quasi 170 mila arruolati di quest’anno. Ogni nuovo soldato ha ricevuto in media una buona-entrata di 14 mila dollari, 2 mila in più del 2008, con i livelli del bonus che variavano di arma in arma: quello più alto lo ha offerto l’esercito, che ha le missioni più rischiose e che ha avuto la parte del leone, arruolando oltre 70 mila volontari.
SORPRESI ANCHE I GENERALI - Il successo della chiamata alle armi ha sorpreso gli stessi generali, che non avevano visto nulla di simile in 35 anni, da quando cioè sull’onda del trauma nazionale provocato dalla guerra del Vietnam, il Congresso aveva abolito il servizio di leva obbligatorio. Ma ancora più importante, per il Pentagono, è che anche la qualità delle reclute sia tornata a migliorare. Negli ultimi anni, infatti, cronicamente in ritardo sugli obiettivi del reclutamento e preoccupata di infoltire i ranghi per reggere l’impegno di due guerre, la Us Army aveva abbassato i requisiti, accettando giovani senza titoli di studio, fisicamente non idonei e perfino con passato criminale. Questo ha esposto il ministero della Difesa a pesanti critiche. Il raccolto del 2009 vede invece il 95% dei reclutati con un diploma di scuola media superiore, contro l‘83% dello scorso anno. L’obiettivo fissato era del 90%. Il numero di dispense per chi aveva trascorsi con la giustizia o test medici insufficienti è sceso del 37%. Anche questi dati qualitativi sono stati pesantemente influenzati dalla recessione economica e dall’alta disoccupazione, ormai quasi vicina al 10%: storicamente, la correlazione è sempre stata fortissima e a ogni aumento del 10% nel numero complessivo dei senza lavoro negli USA, ha corrisposto un incremento del 5% in quello dei giovani diplomati che cercano una prospettiva nei ranghi militari.
STRESS DA MISSIONE - Le buone notizie sul fronte del reclutamento sono ossigeno puro per il complesso militare americano, sottoposto a stress e sovraccarichi di lavoro dal duplice impegno in Iraq e Afghanistan, dove gli Stati Uniti schierano complessivamente 189 mila soldati. L’insufficienza dei reclutamenti negli ultimi anni ha infatti costretto il Pentagono ad allungare i turni di permanenza e rallentare gli avvicendamenti, mentre alcune unità sono state addirittura schierate non al completo dei loro effettivi sulla carta. «Sul piano delle vite private, gli sforzi affrontati dai militari sono tragici, ma lo stato d’animo sta lentamente migliorando», ha detto al Washington Post Michael O’Hanlon, esperto della Brookings Institution.
Usa, boom di arruolamenti nell'esercito
La crisi economica e le prospettive dei bonus economici spingono molti giovani americani a imbracciare le armi
dal nostro corrispondente PAOLO VALENTINO
Soldati americani durante un
pattugliamento in Afghanistan (Reuters)
WASHINGTON – La crisi dell’economia sorride all’esercito degli Stati Uniti. La disoccupazione più alta degli ultimi 26 anni spinge ai massimi storici anche i livelli di arruolamento nelle forze militari Usa, che per la prima volta dal 1973, quando fu introdotta la leva volontaria, centrano e superano gli obiettivi annuali del reclutamento. Spinti anche dai sostanziosi incentivi economici concessi dal Pentagono, decine di migliaia di giovani americani hanno scelto d’indossare l’uniforme, nonostante la quasi certezza di partire in guerra.
RECESSIONE E ARRUOLAMENTI - «Siamo andati ben oltre le più ottimistiche attese in tutte le componenti militari, attive e di riserva, superando sia i livelli quantitativi che quelli di qualità», ha detto il sottosegretario alla Difesa, Bill Carr, nel dare l’annuncio. Carr ha ammesso che la recessione e il numero record di disoccupati abbiano fatto da traino principale, ma ha ricordato anche il ruolo della campagna pubblicitaria lanciata dal Pentagono e il sistema dei bonus. In cifre, il Dipartimento della Difesa ha infatti speso in media 10 mila dollari di marketing per ognuno dei quasi 170 mila arruolati di quest’anno. Ogni nuovo soldato ha ricevuto in media una buona-entrata di 14 mila dollari, 2 mila in più del 2008, con i livelli del bonus che variavano di arma in arma: quello più alto lo ha offerto l’esercito, che ha le missioni più rischiose e che ha avuto la parte del leone, arruolando oltre 70 mila volontari.
SORPRESI ANCHE I GENERALI - Il successo della chiamata alle armi ha sorpreso gli stessi generali, che non avevano visto nulla di simile in 35 anni, da quando cioè sull’onda del trauma nazionale provocato dalla guerra del Vietnam, il Congresso aveva abolito il servizio di leva obbligatorio. Ma ancora più importante, per il Pentagono, è che anche la qualità delle reclute sia tornata a migliorare. Negli ultimi anni, infatti, cronicamente in ritardo sugli obiettivi del reclutamento e preoccupata di infoltire i ranghi per reggere l’impegno di due guerre, la Us Army aveva abbassato i requisiti, accettando giovani senza titoli di studio, fisicamente non idonei e perfino con passato criminale. Questo ha esposto il ministero della Difesa a pesanti critiche. Il raccolto del 2009 vede invece il 95% dei reclutati con un diploma di scuola media superiore, contro l‘83% dello scorso anno. L’obiettivo fissato era del 90%. Il numero di dispense per chi aveva trascorsi con la giustizia o test medici insufficienti è sceso del 37%. Anche questi dati qualitativi sono stati pesantemente influenzati dalla recessione economica e dall’alta disoccupazione, ormai quasi vicina al 10%: storicamente, la correlazione è sempre stata fortissima e a ogni aumento del 10% nel numero complessivo dei senza lavoro negli USA, ha corrisposto un incremento del 5% in quello dei giovani diplomati che cercano una prospettiva nei ranghi militari.
STRESS DA MISSIONE - Le buone notizie sul fronte del reclutamento sono ossigeno puro per il complesso militare americano, sottoposto a stress e sovraccarichi di lavoro dal duplice impegno in Iraq e Afghanistan, dove gli Stati Uniti schierano complessivamente 189 mila soldati. L’insufficienza dei reclutamenti negli ultimi anni ha infatti costretto il Pentagono ad allungare i turni di permanenza e rallentare gli avvicendamenti, mentre alcune unità sono state addirittura schierate non al completo dei loro effettivi sulla carta. «Sul piano delle vite private, gli sforzi affrontati dai militari sono tragici, ma lo stato d’animo sta lentamente migliorando», ha detto al Washington Post Michael O’Hanlon, esperto della Brookings Institution.
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Roche benefits from Tamiflu sales as Q3 shines
By Sam CageZURICH (Reuters) - Roche's (ROG.VX) third-quarter sales rose 10 percent to 12.4 billion Swiss francs ($12.2 billion), helped by its cancer drugs and increased demand for flu medicine Tamiflu due to the H1N1 pandemic.
Sales of Tamiflu outstripped expectations and Roche, which has sealed a $47 billion buyout of U.S. partner Genentech, on Thursday raised its full-year forecast for the drug's sales to 2.7 billion francs.
Roche also nudged up its full-year forecast for its drugs unit, now seeing at least high single-digit sales growth, and confirmed its earnings target.
"Based on the good results for the third quarter, we raised our outlook for the full year," Chief Executive Severin Schwan told reporters.
Hefty drug price increases and windfall sales from H1N1 swine flu have helped Big Pharma to a more successful year than feared, though the sector still has long-term problems such as greater competition for its big-selling drugs and trades at a discount to the wider market.
Two diversified healthcare groups have already demonstrated the sector's mixed prospects this week -- Abbott Laboratories' (ABT.N) profit beat forecasts thanks to its Humira arthritis drug, while sales at rival Johnson & Johnson (JNJ.N) disappointed.
Roche stock was expected to open 1 percent higher, according to pre-market data from bank Clariden Leu.
"Both the pharma and the diagnostics units grew faster than the overall market," analysts at Liechtenstein bank LGT said in a note.
Roche has been trading at a premium to European rivals GlaxoSmithKline (GSK.L), Sanofi-Aventis (SASY.PA), Novartis (NOVN.VX) and AstraZeneca (AZN.L) thanks to its strong position in cancer and biotech drugs and lack of exposure to generic competition.
Sales of Tamiflu, which Roche manufactures under license from Gilead Sciences (GILD.O), more than quadrupled to 2 billion francs in the first nine months. Blockbuster cancer drug Avastin also underpinned growth, with nine-month sales up 26 percent.
Roche continues to pay down the debt from its Genentech buyout, repaying 7 billion francs in the third quarter and committing to more than another 5 billion by mid-2010, and is still screening the market for small and mid-sized buys, Schwan said.
Group sales for the third quarter rose 14 percent when the effect of currency movements was stripped out. It had been expected to post third-quarter sales of 12.2 billion francs, according to a Reuters poll.
It had previously expected full-year pharmaceuticals sales to grow in the high single-digit range this year and 2009 sales of Tamiflu to hit 2 billion francs.
($1=1.017 Swiss francs)
(Editing by Greg Mahlich and Jon Loades-Carter)
martedì 13 ottobre 2009
Russia: abbiamo esagerato.
Medvedev l'ha chiamata "un'umiliante dipendenza", e mi ha ricordato per un attimo le famose affermazioni-fotocopia di Bush, anche se il Presidente russo intende ovviamente una dipendenza alla rovescia. Stiamo parlando del petrolio e del gas: e in un discorso davvero clamoroso ieri Medvedev ha dichiarato che la Russia deve uscire dal circolo vizioso che ha portato la sua economia a dipendere quasi totalmente dalle materie prime, che rappresentano il 70% delle esportazioni e il 30% del prodotto interno lordo.
"Tutto andava bene finché il prezzo delle materie prime e del petrolio era alto. Poi il prezzo è crollato, la nostra economia è stata colpita duramente, e i nostri cittadini anche. (...) Devo ammettere che siamo crollati oltre le nostre più pessimistiche aspettative, il danno reale alla nostra economia è stato di gran lunga peggiore di ogni predizione nostra, della Banca Mondiale, e degli altri analisti".
E' dura per un capo di Stato ammettere apertamente una situazione simile, ed è anche molto coraggioso farlo: noi non siamo abituati a sentire simili proclami di fallimento. D'altronde, fa benissimo Medvedev a pensare al futuro: restare vincolati all'esportazione energetica, che durante una crisi economica rende anche meno del dovuto, significa condannare il Paese. E il ricordo del disastro degli anni '90 deve essere ben impresso nelle scioccate menti dei cittadini russi.
L'idea che promuove il governo è allora quella di investire nell'efficienza energetica, nel risparmio energetico, nello sviluppo di energia nucleare, in infrastrutture per l'informazione e per la medicina. Ci vorranno almeno 15 anni.
Sembra più un programma da esaurimento dei pozzi che da crisi economica, ma questo neanche Medvedev avrà il coraggio di ammetterlo.
Fonte
Economia, news, libri, canzoni
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petrolio,
Russia
Yes we can
Afghanistan: Obama, si' a 13mila soldati in più
In prevalenza specialisti, ora sono 65mila i militari Usa nel paese
13 ottobre, 13:00
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ROMA - Il presidente americano Barack Obama ha autorizzato l'invio in Afghanistan di 13.000 uomini, in gran parte forze di supporto, in aggiunta ai 21.000 il cui impiego era stato annunciato in febbraio subito dopo la sua elezione. Lo scrive il Washington post sul suo sito, citando fonti della difesa che precisano che la decisione non è stata annunciata.
Il quotidiano scrive che si starebbe già procedendo al dispiegamento delle truppe in questione, in prevalenza ingegneri, personale medico, esperti di intelligence e polizia militare. Un responsabile del Pentagono ha detto al Washington Post che "Obama ha dato il via libera all'insieme del pacchetto. Solo l'invio dei 21.000 è stato annunciato". Il quotidiano ricorda comunque che nemmeno durante l'amministrazione Bush veniva annunciato l'invio delle truppe non combattenti. Con l'impiego di questi uomini sale a 34.000 il numero di militari inviati da Obama dal suo insediamento. Secondo un calcolo fatto dal quotidiano, complessivamente il numero dei militari Usa impegnati in Iraq e Afghanistan è superiore al livello massimo raggiunto durante il 'surge' in Iraq deciso dal presidente George W.Bush. Ora in Afghanistan ci sono circa 65.000 soldati e circa 124.000 in Iraq, rispetto ai 26.000 e 160.000 del momento di massimo impegno contro l'insurrezione irachena tra il 2007 e il 2008. Il dibattito di questi giorni a Washington ruota sulla decisione che il presidente dovrà prendere sulla richiesta del generale Stanley McChrystal di inviare altri 40.000 uomini in Afghanistan.
Il quotidiano scrive che si starebbe già procedendo al dispiegamento delle truppe in questione, in prevalenza ingegneri, personale medico, esperti di intelligence e polizia militare. Un responsabile del Pentagono ha detto al Washington Post che "Obama ha dato il via libera all'insieme del pacchetto. Solo l'invio dei 21.000 è stato annunciato". Il quotidiano ricorda comunque che nemmeno durante l'amministrazione Bush veniva annunciato l'invio delle truppe non combattenti. Con l'impiego di questi uomini sale a 34.000 il numero di militari inviati da Obama dal suo insediamento. Secondo un calcolo fatto dal quotidiano, complessivamente il numero dei militari Usa impegnati in Iraq e Afghanistan è superiore al livello massimo raggiunto durante il 'surge' in Iraq deciso dal presidente George W.Bush. Ora in Afghanistan ci sono circa 65.000 soldati e circa 124.000 in Iraq, rispetto ai 26.000 e 160.000 del momento di massimo impegno contro l'insurrezione irachena tra il 2007 e il 2008. Il dibattito di questi giorni a Washington ruota sulla decisione che il presidente dovrà prendere sulla richiesta del generale Stanley McChrystal di inviare altri 40.000 uomini in Afghanistan.
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